Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
Nella remotissima antichità il computo del tempo non veniva fatto in “anni”, essendo quello il risultato di una valutazione e comprensione successiva, il tempo scorreva e veniva calcolato sulla base di fatti visibilmente più efficaci… Si calcolava in lune.Le 13 lune e l’archetipo mancante Ricordate Matusalemme? Ma senza soffermarci su di lui ricorderete tutte le storie di tutte le tradizioni in cui si narra come nell’antichità mitologica gli uomini vivessero per centinaia di anni. Beh, nella remotissima antichità il computo del tempo non veniva fatto in “anni”, essendo quello il risultato di una valutazione e comprensione successiva, il tempo scorreva e veniva calcolato sulla base di fatti visibilmente più efficaci. Si calcolava in lune. Tutti i calendari dell’antichità erano calendari lunari. L’età delle persone si stabiliva sul numero delle lune. Persino in tempi relativamente recenti, quando gli inglesi invasero il nord America, gli aborigeni calcolavano la loro età in lune. E quante sono le lune in una vita? Possono ovviamente essere centinaia – se non migliaia – considerando che le lune nuove in un anno sono 13 ecco che una vita media (nel lontano passato) di circa 30 o 40 anni diventava una vita di 400 lune ed oltre. Se ad un uomo capitava di vivere per 80 anni, ecco che la sua esistenza enumerava un migliaio di lune… il che da un senso diverso alla durata della vita di patriarchi vari e compagnia… (infatti dal punto di vista genetico sappiamo che la durata della vita nell’uomo non è mai giunta a coprire le centinaia o migliaia di anni come affermato nelle storie mitologico-religiose. Ma proseguiamo con il discorso delle 13 lune.. che tra l’altro erano collegate ai periodi fecondi delle donne e quindi il calcolo in lune era un ottimo sistema per descrivere gli eventi della vita, ed infatti per migliaia d’anni il valore dell’esistenza era basato sulla capacità femminile di procreare, sulla importanza della donna in quanto matrice ed espressione della Madre Terra. E la luna, si sa, è un simbolo femminile per antonomasia, legata all’istinto, all’intuito, alla magia, etc. Poi successivamente subentrò un rovesciamento di valori, senza voler qui esaminarne le cause, diciamo che prese il sopravvento una cultura patriarcale, o solare. Da quel momento in poi il tempo doveva essere calcolato in quadratura razionale, attraverso la comprensione del movimento dell’astro solare. Nacquero così i dodici mesi, come frammenti di un anno, e da quel momento in poi gli anni “solari” furono il metro di misura di tutto ciò che avviene sulla terra. Per cui la vita (misurata in anni) sembrò accorciarsi. Altro risvolto è che per stare nelle 4 stagioni i mesi dovevano essere pari e non dispari. Gli archetipi primordiali, che originariamente erano 13 come le lune, in un percorso concluso fra una primavera e la successiva (nel calcolo lunare antico l’anno iniziava a marzo), ecco che ci si dovette adattare al nuovo computo, e la civiltà umana rinunciò ad un modello, ad una divinità simbolica. I segni zodiacali nell’astrologia solare infatti sono 12, e tutti collegati al modo di agire nel mondo, mentre è venuto a mancare l’elemento di congiunzione spirituale… Eliminato il tredicesimo archetipo la stessa cosa avvenne con la scomparsa del quinto elemento (originariamente gli elementi sono cinque: etere, aria, fuoco, acqua e terra), quello più sottile, l’etere, che rappresenta lo spirito. Insomma l’aggiustamento al metro solare e patriarcale escluse sia un archetipo che un elemento dall’esistente. L’elemento mancante sappiamo che è l’etere (però nell’antichissima tradizione indiana esso ancora sussiste) ma qual’è l’archetipo mancante, il 13°…? Qui introduco un discorso psicostorico che mi è stato ispirato dallo studio accurato fatto sugli archetipi degli Arcani dei Tarocchi. Alcune parole sui Tarocchi non guasteranno. Dice Covelluzzo da Viterbo: “Anno 1379; fu recato in Viterbo il gioco delle carte che viene da Seracenia e chiamasi naibi…” Questa è la prima certificazione storica dell’avvento dei Tarocchi in Italia, “nabi o navi” nelle lingue semitiche significa “profeta o indovino” ma sicuramente anche questo sistema divinatorio remotissimo proviene dalla Valle dell’Indo. I Tarocchi completi sono composti da 21 Arcani maggiori + lo 0 (matto) e da 52 carte (arcani minori) suddivise in quattro semi. Ma in questo momento quello che mi interessa evidenziare è l’aspetto dell’Arcano XIII. Questo Arcano non ha nome, la tradizione compie l’errore di attribuirgli in modo arbitrario quello di “Morte”, forse semplicemente perché l’immagine ritratta è quella di uno scheletro che avanzando impugna una falce. Solitamente la morte viene descritta in queste sembianze… ma se andiamo ad analizzare più attentamente scopriamo che – in primis – l’Arcano XIII non ha scritto – come tutti gli altri Arcani – il nome sulla carta, si tratta di un Arcano senza nome. Poi se osserviamo la figura ritratta scopriamo che sulla spina dorsale vi sono evidenziati i punti corrispondenti ad alcuni importanti Chakra, soprattutto quello alla base del coccige, sede tradizionale del Muladhara (Supporto Radice in sanscrito, ed infatti gli viene attribuita la valenza Terra). Il Muladhara, sede della Madre Universale Kundalini, rappresenta la forza creatrice (in chiave femminile) immaginata come l’infinita capacità generante in forma di un serpente arrotolato su se stesso. Quando si risveglia questa energia ecco che il percorso spirituale ha inizio. La verità e l’esperienza diretta dell’unitarietà della materia e dello spirito si fanno strada nella coscienza dell’iniziato. Ancora osservando altri particolari di questa carta scopriamo che vi sono due teste mozzate sul terreno, una femminile e l’altra maschile, contornate da vari organi di locomozione ed azione (mani e piedi) anch’essi recisi. Lo spettro, come dicevamo sopra, avanza lungo un percorso e sembra si faccia strada eliminando i concetti di maschile e femminile e gli organi con cui l’uomo compie le azioni nel mondo, ovvero il senso dell’agire e del considerarsi l’autore degli eventi vissuti. Questa identificazione nella dualità è chiaramente l’ego (io individuale)… e lo spettro, o Spirito, eliminando l’illusione separativa conduce l’anima verso la liberazione. Ed ora vediamo come questo Arcano XIII sia in buona sostanza, l’immagine segretamente trasmutata e conservata del 13° archetipo lunare scomparso… Si tratta dell’archetipo che riporta il tutto al Tutto, a ciò che è sempre stato. Riconduce lo spirito, illuso dalle forme e dalla separazione temporale e spaziale, allo Spirito onnicomprensivo ed eterno… Insomma l’archetipo “mancante” è quello cancellato dalle religioni teiste patriarcali che hanno trasformato la conoscenza dell’Assoluto non duale, in conoscenza del bene e del male, in forma di un serpente tentatore che allontana l’uomo da Dio… Mentre è esattamente il contrario… ovvero è l’esclusione della coscienza spirituale spontanea e naturale dell’uomo (e l’immissione nella cultura e nella psiche umana di concetti religiosi basati sulla “descrizione” storica di una creazione lineare compiuta da un Dio separato dalla sua stessa creazione e dalle sue creature) che contribuisce alla alienazione dell’io individuale dal Tutto. Insomma il XIII archetipo mancante è la capacità di Trasformazione dalla vita alla morte e dalla morte alla vita… (come specificatamente ricordato anche nella teoria della Spiritualità Laica). Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
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Spiritual News
Per oltre due decenni, la psicologia positiva è stata associata all’idea di miglioramento individuale: coltivare emozioni positive, rafforzare la resilienza, aumentare la soddisfazione personale. Un approccio che ha avuto un impatto significativo, ma che oggi mostra i suoi limiti. Un numero crescente di ricercatori sta infatti ridefinendo i confini di questa disciplina, spostando l’attenzione dal singolo individuo a una visione più ampia e interconnessa dell’essere umano. Negli ambienti accademici e clinici si sta affermando una nuova prospettiva: il benessere non può più essere considerato un fenomeno isolato, né ridotto a uno stato interno misurabile solo attraverso parametri soggettivi. Studi recenti indicano che la qualità della vita di una persona è profondamente influenzata dalle reti relazionali, dal contesto sociale, dal rapporto con l’ambiente e dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande del proprio io. Questa evoluzione nasce anche da una critica interna alla psicologia positiva tradizionale, accusata in alcuni casi di aver promosso una visione eccessivamente individualistica del benessere. Concentrarsi esclusivamente su atteggiamenti mentali positivi, sostengono alcuni studiosi, rischia di ignorare fattori strutturali come disuguaglianze, isolamento sociale e perdita di significato collettivo. Il risultato può essere una forma sottile di pressione psicologica: l’idea che, se non si sta bene, la responsabilità sia esclusivamente personale. Il nuovo orientamento, spesso definito come psicologia positiva di seconda generazione, introduce concetti come interdipendenza, vulnerabilità condivisa e benessere relazionale. In questa visione, le emozioni difficili non vengono negate o corrette, ma integrate come parte naturale dell’esperienza umana. La crescita personale non è più vista come un percorso lineare verso la felicità, bensì come un processo dinamico che include crisi, conflitti e trasformazioni. Un elemento centrale di questo cambio di paradigma è il riconoscimento che il senso di significato nasce spesso dal contributo, non solo dalla soddisfazione. Le ricerche mostrano che le persone che percepiscono di avere un impatto positivo sugli altri o sulla comunità riportano livelli più stabili di benessere rispetto a chi concentra l’attenzione esclusivamente sulla propria autorealizzazione. Questo non implica sacrificio o annullamento del sé, ma un riequilibrio tra identità personale e responsabilità condivisa. Anche la pratica clinica sta iniziando a riflettere questa transizione. Sempre più interventi includono il lavoro sulle relazioni, sul senso di appartenenza e sulla connessione con valori che trascendono l’interesse individuale. L’obiettivo non è rendere le persone costantemente positive, ma aiutarle a sviluppare una maggiore capacità di stare nella complessità della vita senza frammentarsi interiormente. Questo cambiamento segna una svolta rilevante: il benessere non è più concepito come un traguardo privato da raggiungere, ma come un equilibrio che emerge dall’interazione continua tra individuo, altri esseri umani e mondo. Una prospettiva che invita a riconsiderare non solo cosa significhi “stare bene”, ma anche quale tipo di società si sta contribuendo a costruire.