ven, 16 ottobre 2026

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Notizie
Spiritual News
La barriera concettuale che per secoli ha separato lo stato emotivo dalla struttura biologica dell'essere umano si sta definitivamente dissolvendo. Le più avanzate indagini nel campo dell'epigenetica, della psiconeuroendocrinologia e della biologia molecolare stanno dimostrando che gli atteggiamenti mentali orientati alla benevolenza, alla gentilezza intenzionale e alla compassione non hanno un impatto circoscritto al benessere psicologico o alle relazioni sociali, ma sono in grado di modificare la struttura stessa del nostro materiale genetico. L'empatia e la calore umano agiscono come potenti modulatori della longevità cellulare, rallentando direttamente i processi biologici dell'invecchiamento. Al centro di questo straordinario ponte tra mente e materia si trovano i telomeri, le strutture di protezione situate alle estremità dei nostri cromosomi, spesso paragonate ai cappucci di plastica alla fine delle stringhe delle scarpe. Il compito fondamentale dei telomeri è preservare l'integrità del DNA durante ogni processo di divisione cellulare. Con il passare degli anni e sotto l'azione dello stress cronico, i telomeri tendono progressivamente ad accorciarsi. Quando diventano eccessivamente corti, la cellula perde la capacità di replicarsi correttamente, entra in uno stato di senescenza o va incontro a morte programmata, innescando processi infiammatori sottomucosi ed esponendo l'organismo all'invecchiamento precoce e allo sviluppo di malattie croniche. I nuovi studi biologici rivelano che la velocità di questo deterioramento genetico non è prefissata in modo immutabile dall'età anagrafica, ma è fortemente influenzata dallo stato emotivo prevalente e dai modelli di pensiero dell'individuo. Pratiche sistematiche di meditazione orientate all'apertura del cuore, alla coltivazione della gentilezza amorevole e allo sviluppo di uno sguardo benevolo verso se stessi e verso gli altri stimolano in modo significativo l'attività della telomerasi. Questo specifico enzima proteico ha la straordinaria capacità di ricostruire, riparare e mantenere la lunghezza dei telomeri, proteggendo la giovinezza biologica delle cellule del sangue e dei tessuti vitali. Dal punto di vista della biochimica cellulare, l'atteggiamento di benevolenza disinnesca i circuiti genetici dell'infiammazione. Mentre la percezione di minaccia, l'ostilità cronica e il risentimento attivano la trascrizione di geni pro-infiammatori guidati dal fattore nucleare NF-kB, lo stato emotivo legato all'empatia e al contatto profondo con gli altri sopprime questi segnali dannosi. La riduzione dell'infiammazione sistemica di basso grado non solo preserva i telomeri, ma protegge l'apparato cardiocircolatorio, migliora la sensibilità all'insulina e riduce lo stress ossidativo a livello mitocondriale. La scoperta di questi meccanismi epigenetici riconfigura profondamente il concetto di salute e di crescita personale. Dimostra che la natura biologica dell'essere umano è intimamente strutturata per la connessione, la cooperazione e la gentilezza. L'isolamento sociale, l'ostilità e l'iper-individualismo non sono soltanto condizioni psicologicamente dolorose, ma rappresentano veri e propri fattori di rischio biologico che accelerano il decadimento del DNA e compromettono le funzioni immunitarie e metaboliche. La gentilezza e la compassione cessano così di essere astratti concetti morali o filosofici e si rivelano per ciò che sono realmente: strategie di sopravvivenza ed evoluzione iscritte nel nostro codice biologico. Coltivare consapevolmente la benevolenza verso se stessi e verso il mondo circostante diventa un atto razionale di cura integrale, una pratica quotidiana in grado di dialogare direttamente con le nostre cellule, influenzare l'espressione dei nostri geni e regalarci una longevità caratterizzata da vitalità, equilibrio emotivo e profondo significato.
Pubblicazioni e Saggi
Selene Calloni Williams
Dopo anni trascorsi come eremita nei monasteri della foresta in Sri Lanka, dove si è formata nella meditazione buddhista Theravāda, Selene porta oggi quell'esperienza radicale in un linguaggio accessibile, concreto, praticabile nella vita di ogni giorno. Non una teoria da studiare: un allenamento da iniziare subito. Il libro si fonda sulle quattro vie del Satipaṭṭhāna, il metodo di meditazione di consapevolezza descritto dal Buddha nel celebre discorso dei "Quattro Fondamenti della Presenza": *L'ascolto del corpo: tornare a percepire il proprio respiro, la propria fisicità, come punto di ancoraggio nel presente *L'osservazione delle sensazioni: imparare a notare ciò che proviamo senza esserne travolti *La comprensione delle emozioni: riconoscere i movimenti interiori per non agire in modo reattivo *Il superamento dei blocchi mentali: sciogliere i pattern abituali che limitano la libertà di risposta *Il percorso è organizzato in cicli settimanali progressivi: ogni settimana introduce una pratica nuova, costruita sulle precedenti, per creare abitudini stabili nel tempo. Esercizi guidati, domande di riflessione, meditazioni quotidiane: strumenti pensati per chi vive nel mondo reale, non per chi ha già ore libere da dedicare alla pratica. Dopo il grande successo di Diario di una Sciamana, 1 minuto al giorno, Digiuno Immaginale, Kintsugi, Daimon, e Wabi Sabi, Selene torna alle radici della sua formazione spirituale e offre il suo contributo più accessibile: un metodo per costruire — settimana dopo settimana — una mente più lucida, stabile e presente. *Cosa troverai nel libro Un metodo strutturato in cicli settimanali progressivi Esercizi pratici sul corpo, le sensazioni, le emozioni e la mente Meditazioni guidate adattate alla vita contemporanea La visione immaginale di Selene integrata con il buddhismo antico Un cammino verso presenza, lucidità e stabilità interiore
Notizie
Spiritual News
In un’epoca in cui la produttività è venerata come un idolo e l’agenda di ogni professionista è una sinfonia di impegni incessanti, emerge un concetto che sfida la frenesia moderna: il 'Niksen'. Questa pratica olandese, traducibile semplicemente come "non fare nulla", si sta trasformando da una mera curiosità culturale a una potente strategia di ricarica cognitiva e di resilienza psicologica, supportata da una crescente serie di studi neuroscientifici. Mentre le nostre culture ci spingono costantemente all'azione, il Niksen ci invita a un'idleness (ozio) intenzionale e strutturato, un'esperienza fondamentalmente diversa dalla pigrizia o dalla meditazione passiva. Mentre le tecniche di mindfulness ci chiedono di essere focalizzati sul presente, e le attività di slow living spesso implicano comunque un’azione intenzionale (come il giardinaggio o la cucina), il Niksen si distingue per l’assenza di un obiettivo. È l’atto di lasciar vagare la mente, senza meta, senza un compito, senza un traguardo da raggiungere. Può manifestarsi nello stare seduti a fissare un panorama, nel guardare le nuvole che passano o semplicemente nel lasciarsi andare a un’apatia cosciente. Un esperto di spicco nella psicologia della salute, autore di recenti ricerche sul tema, definisce il Niksen come "un ozio attivo e consapevole, in cui l'assenza di obiettivi diventa, paradossalmente, l'obiettivo stesso". La scienza dietro questo paradosso sta svelando i segreti del sistema di Default Mode Network (DMN) del cervello. Quando siamo focalizzati su un compito specifico, il cervello attiva aree specifiche. Tuttavia, quando non siamo impegnati in alcuna attività mirata – la condizione ideale del Niksen – il DMN prende il sopravvento. Questo "circuito predefinito" è responsabile dei sogni a occhi aperti, della riflessione sul sé, della memoria autobiografica e, soprattutto, della creatività. Nuovi dati mostrano che periodi regolari di Niksen non solo prevengono il burnout e riducono l'infiammazione legata allo stress, ma potenziano la capacità del cervello di stabilire connessioni inaspettate, portando a soluzioni innovative che la mente focalizzata non avrebbe mai potuto generare. L’impatto del Niksen sulla qualità della vita va oltre i confini del cervello. In termini di salute mentale, questa pratica agisce come una valvola di sfogo naturale per la pressione accumulata. Uno studio recente ha confrontato un gruppo di partecipanti impegnati in sessioni strutturate di Niksen con un gruppo di controllo che continuava la loro routine hustle (frenetica). Dopo soli due mesi, il gruppo Niksen ha mostrato una riduzione significativa del 40% nei biomarcatori dello stress e un aumento del 25% nella percezione di benessere psicologico. Questi risultati suggeriscono che l’atto intenzionale di "non fare" sia un deterrente vitale per l’ansia e un potente antidoto alla depressione nel lungo termine. Mentre la società continua a premiare l'efficienza, il Niksen si posiziona come una forma di resistenza pacifica. Non si tratta di eliminare l'azione, ma di riequilibrare il ciclo naturale di "carica e scarica" del nostro sistema. Gli esperti di comunicazione web e social prevedono un'imminente esplosione di questo concetto sui canali digitali, dove la ricerca di un "silenzio interiore" è diventata una tendenza dominante. Il Niksen offre una via d'uscita tangibile: non è un compito da completare, ma uno stato d'essere a cui aspirare. Inserire sessioni di Niksen nelle nostre giornate – anche solo 15 minuti di intenzionale ozio – potrebbe essere il segreto, scientificamente provato, per non solo sopravvivere ma prosperare nella complessità del ventunesimo secolo.

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Reiki
Reiki e Sciamanismo presso Centro di Luce Fabiano Reiki Originale secondo il metodo del dr. Mikao Usui, Metodo Avanzato Karuna® Reiki,…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Varie, Argomenti diversi
Docente di cristalloterapia eterica presso il Centro Studi Pranici fonde la spiritualità con la tecnologia intelligente per rendere l’uomo…
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Varie, Argomenti diversi
L’associazione INSIEME, dal 2008, propone attività atte ad approfondire la conoscenza e l’esperienza per crescere in modo consapevole nel…
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Sono Stella Pascari e accompagno le persone in un cammino di consapevolezza di sé e crescita spirituale attraverso ascolto, musica…
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Selene Calloni Williams, è autrice di 28 libri tradotti e pubblicati in diverse lingue, tra i quali i best seller “Wabi Sabi, la bellezza…
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Nirava Dainotto, esploratrice e guida nel mondo dell’energia e della salute naturale. All’anagrafe Tiziana Dainotto. L’altro nome sacro è…
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Jyoti de Gregorio - Sannyasin di Osho dal 1999 - Jyoti, per me, tu sei un vulcanico insieme di talento, esperienze, tecniche e lavoro…
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Il centro del mondo è ovunque si vive consapevo…

Paolo D'Arpini
Una cosa che sempre mi ha fatto riflettere è la scoperta, fatta dai genetisti analizzando il genoma mitocondriale, che le popolazioni europee discendono da 12 donne, presumibilmente emigrate dall’Africa (le loro tracce comunque partono dal Medio Oriente). Dodici apostole di vita e madri di tutti noi. Se poi consideriamo che nei secoli l’Italia è stata abitata da centinaia di popolazioni diverse in continuo mescolamento fra loro, comprendiamo che l’identità bioregionale non può certamente essere basata sull’appartenenza genetica di una certa comunità che vive nel luogo, bensì sulla capacità di vivere in sintonia con il luogo e con tutti i suoi abitanti, animali compresi. Il pensiero e l’ideologia e le religioni alienano l’uomo dall’uomo e l’uomo dalla natura mentre il senso di comunità che sorge dal condividere l’esistenza nello stesso luogo è qualcosa di sano e di concreto. Questo è l’approccio bioregionale e questo è anche il modo in cui cerco di rapportarmi con gli altri e con l’ambiente da quando mi sono trasferito qui nelle Marche. Avevo scritto di Treia che è “il centro del mondo” come d’altronde qualsiasi altro luogo in cui si vive lo è, poiché il centro del mondo è ove si manifesta la presenza. Nel sentirsi parte del luogo c’è da considerare anche l’aspetto emozionale e “biologico” del pensiero, il pensiero non è solo speculativo o proiettivo, o perlomeno lo è solo nella sua forma visibile allorché si concretizza in una scelta abbinata ad un interesse precipuo (che sia quello di un io di una nazione o di una comunità in cui ci si riconosce). Siamo però consapevoli che la matrice del pensiero è “biologica”? Ed essa non tiene conto dei risvolti e delle conseguenze, se non in funzione di un “progetto” globale evolutivo (tentativi ed errori, causa ed effetto, chiamatelo come vi pare). La mente è un ricetrasmettitore, è una radio od un televisore od un computer, ma l’operatore che immette dati e fa sì che i diversi programmi vengano sviluppati (sulla base di norme prestabilite e connaturate nelle capacità “tecniche” del mezzo stesso) è incontrollabile dal mezzo, essendo vero l’esatto contrario. Bios è la “Forza” l’aggregazione che presume di incarnarla è solo il braccio che si muove… La decisione non è del braccio ma appare come tale. La Vita nella sua totalità inscindibile spinge e genera “creature” atte a manifestare il suo “gioco”. Un esempio pratico.. quando sorge un pensiero nella nostra mente ed in conseguenza a ciò prendiamo una “decisione”.. ci siamo mai chiesti da dove sorge quel pensiero? Quale è la “Forza” che lo rende visibile alla nostra mente? Così è per tutto il resto: yin e yang, luce e tenebra, chiaroscuri necessari per il sogno! Ciò non ostante… è “corretto” e “consono” che ci si muova e si agisca nel mondo secondo il proprio sentire (qualsiasi esso sia). Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana
Pubblicazioni e Saggi

“Spirito degli alberi” e Archetipi

Francesca C.
"Spirito che alberghi in questo arbusto. Rivolgo a te la mia fiducia. Custode delle memorie del mondo. Rivolgo a te gli intenti. Madre della foresta interna con le tue radici rac cordando cicli ricordi la caducità. Rivolgo a te anima." ------------------------------------------- L’albero della vita Comune a molte religioni l’albero della vita è un retaggio di Antiche Vestigia anch’esso e assieme un archetipo, parla infatti di quell’incubatore della storia umana chiamato inconscio da Jung. Un albero unisce più dimensioni, se vengono divise in un immagine, ne unisce tre: ° bassa o di base (radici) ° mediana, il tronco (nel quadro esposto con un fiore centrale) ° alta (rami e fogliame) in ciò rappresenta un archetipo, ma non solo per tale aspetto simbolico. Quando la spiritualità era indissolubilmente legata alla natura (la madre coppa che li contiene gli archetipi) i popoli erano animisti e riconoscevano ogni vita sulla terra come dotata di intelligenza ed emozioni-sentimenti, gli alberi non facevano eccezione a tale immagine. Oggi questo riconoscimento è confermato anche dalla scienza, un tempo era percepito con il cuore e l’anima e veniva creativamente tradotto su un piano materiale nel rispetto e nel saper stare sulla terra. In molte cosmogonie figura un albero, varia l’arbusto di luogo in luogo e di cosmogonia in cosmogonia, ma spesso simboleggia l’unione tra radici nel sottosuolo e supporto a sostegno del cielo. Questa è l’immagine per alcuni popoli nativi dell’America. Per ogni albero uno spirito Si narra in taluni miti che a seconda dell’età di un albero questo venga scelto dagli spiriti che decidono di albergare l’arbusto. Hathor era la signora del sicomoro nell’antica religione egiziana, quella pre dinastica, ed il sicomoro era la dimora dei defunti, citato come albero nel Libro dei Morti egiziano, Hathor essendo anche lei una grande madre, traghettava le anime verso il luogo del riposo. In Grecia a popolare gli alberi vi erano Driadi e Amadriadi. In Thailandia sono i fantasmi femminili ad abitare gli alberi, Nang Ta-khian e Nang Tani. Il culto degli alberi era presenmte anche presso le Druidesse ed i Druidi che mantennero molto delle spiritualità sciamaniche. Tale culto non è da considerarsi a parte ed isolato dalla religione a cui rimanda ma gode di una specifica comunque. Elementali e spiriti della natura sono stati riconosciuti e onorati in tante religioni poi ne venne vietato il culto, ciò avvenne solo in tempi recenti della storia umana. Onorare lo spirito di un albero ha sempre avuto molteplici funzioni rituali e fattive. Ci si rivolgeva alla parte che anima l’arbusto, ovvero alla sua energia per dirla in termini scientifici. Quella parte non visibile che genera la materia, attualmente la fisica quantistica conferma l’esistenza di questa energia e ha fornito un “nuovo volto” a quello che chiamiamo vuoto da cui appunto viene generata la materia, ma un tempo si percepiva e riconosceva che un albero ospitasse lo spirito ovvero l’intelligenza della terra di cui era figlio, e nel contempo era associato anche ai vari culti dei morti divenendo ricettacolo dell’anima dei defunti. L’albero ha affascinato sin dalla notte dei tempi, i suoi rami, le foglie, i frutti e coloro che abitavano i luoghi adiacenti a questo o a questi, ma anche coloro che transitavano e realizzano nidi sugli alberi. Tutto questo micro cosmo ha contribuito alle cosmogonie in modo sistemico. Archetipo Il Locus amoenus era il luogo dove si andava tornando a delle selve, ed era un archetipo che attingeva alla propria personale coscienza. In tale luogo vi entravano solo le persone degne, che non si erano macchiate in vita di crimini contro natura gravi, tale aspetto e significante archetipico è un retaggio del culto della grande madre. I boschi vanno riconosciuti, con tutte le loro forme di vita e le loro differenziazioni parte di un tutto in relazione dal quale non siamo mai dissociati, neanche noi. Nel VITRIOLVM si dice di rettificare le terre interiori. L’immagine dell’albero contiene l’archetipo che accompagna la storia della psiche umana secondo i cicli di vita, morte e rinascita. ------------------------------------------- Un quadro dedicato allo spirito dell’albero e al suo archetipo L’albero della conoscenza-sapere deriva dal riconoscimento della terra simboleggiata dall’animale serpente, animale da sempre collegato alle grandi madri. Con gli archetipi che tornano sempre a risvegliare la coscienza del tutto e del nulla. Per millenni abbiamo vissuto in relazione con la terra, con la natura, staccandoci da lei abbiamo staccato l’anima dal cosmo e da noi stesse e stessi, da lì nacque quel mondo percettivo che ancora oggi chiamano realtà. Nelle ancestrali dimore è ancora salvaguardata quella relazione, sta a noi tornare a riabilitarla e riabitarla, anche questo dice il dipinto, non siamo staccati ne dagli alberi, ne dagli elementi, ne da nulla procreato dalla madre che genera anche noi. Archetipi ------------------------------------------- Gli archetipi attingono alla storia dell’umanità rimossa. Freud ebbe a dire (giustamente) che l’essere umano ha operato una potente rimozione. Vero. E cosa avrebbe rimosso? Anima principalmente, ovvero l’istinto incondizionato con il quale nasciamo e che viene ferito, viene deteriorato e modificato dalla socializzazione. Ad onor del vero dovremmo però dire che tale operazione di rimozione riguarda più l’occidente che non i popoli nativi, non è quindi antropocentrica tout court, piuttosto è molto più evidente in determinati popoli anche in virtù della loro storia. Nella rimozione che viene operata come scissione psichica (animica, Psiche era una Dea ed era una Dea associata all’anima in Grecia benché fosse più antica delle divinità olimpiche è stata annoverata in esse in modo postumo) spuntano gli archetipi, ritrovabili percorrendo varie strade: miti favole arte studio delle religioni Per citarne quattro tra altre, qui vengono citati quattro vasi contenenti gli archè per cui l’origine, rimossa e ridescritta. Jung esplorò questi archetipi, partendo da se stesso e da un suo trauma, che tradotto significa foro percettivo. Il trauma essendo un foro, un buco (e in un buco vi è il vuoto) tra il prima dell’esperienza traumatica ed il dopo, apre all’esplorazione dell’inconosciuto/ignoto. Lo stesso Jung parlò di inconscio personale e di inconscio collettivo, e venendo a contatto con il secondo si spaventò per ciò che vide. Pratiche antiche quali: sciamanesimo/animismo (la prima forma spirituale che non era e non è mai stata una religione) alchimia/ermetica teosofia Aiutano nei recuperi ma essi possono essere svolti tramite gli archetipi e questi ultimi li si ritrova ovunque, anche nel quotidiano, i vasi che li contengono sono invece nella storia dell’umanità. E sempre Carl Gustav Jung suggerì che dove risiedeva la paura lì era il lavoro da svolgere e in quel luogo l’archetipo o gli archetipi si mostrano. ------------------------------------------- Archetipi femminili Gli archetipi femminili sono direttamente collegati ai cicli della luna. Luna crescente: archetipo della parthenos Luna piena: archetipo della terra madre Luna calante: archetipo della discendente incantatrice Luna nera/nuova: archetipo della sciamana La parthenos è la donna che genera da se stessa, idee, forme creative, la sua energia va verso la pienezza. La terra madre è la dispensatrice, la fase al rosso, colei che distribuisce i frutti del lavoro interiore svolto. Colei che discende invece percorre il viaggio introspettivo, la rettifica, svolgendo la dissoluzione, disgregazione, in questo ciclo la mente ego lascia spazio all’anima/spirito affinchè emergano le intuizioni e le forme creative. Infine la luna nera è quella della trasmutazione, lì agisce l’istinto recuperato e avviene la concentrazione delle energie creative che derivano dalla vista al buio, tradotto vista al buio significa sia sciamana/o sia strix, ovvero civetta. “Ogni ferita, ogni strappo animico è un portale per giungere alla completezza del se, alla riunificazione di anima. Percorrere questa via significa ricomporre un quadro il cui risultato è una scoperta che deriva dall’ignoto, mai nemico ma esso stesso via.”


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