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Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
La mente è un apparato che trasforma le percezioni e le sensazioni emozionali e fisiche in immagini che è poi in grado di elaborare in costrutti consequenziali logici e memorizzabili.. Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta? Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo? Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico… No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli. Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli…. Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario. Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso. Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane. Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono. “Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”. Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”. Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione. “Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere” Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente. Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere…. Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta! Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Notizie
Spiritual News
Non è più soltanto una suggestione poetica o una metafora legata alle "sensazioni di pancia": il nostro sentire viscerale possiede oggi una solida e affascinante base biochimica. La scienza più avanzata, attraverso pubblicazioni recenti su testate del calibro di Nature Microbiology, ha confermato che l'ecosistema di trilioni di batteri che ospitiamo nel nostro intestino, il microbiota, non si occupa solo di digestione. Esso agisce come un vero e proprio organo endocrino e neurochimico, capace di influenzare i nostri pensieri e le nostre emozioni. Questa rivoluzionaria branca della conoscenza, battezzata Psicobiotica, sta dimostrando che la nostra gioia non dipende esclusivamente dai processi mentali, ma anche dalla qualità della vita che offriamo ai nostri microscopici "ospiti" interiori. Il legame tra ciò che accade nell'addome e ciò che accade nella mente è mediato dall'asse intestino-cervello, un'autostrada biologica a doppia corsia dove il nervo vago funge da principale conduttore di segnali. La scoperta che sta cambiando il paradigma del benessere riguarda la produzione di neurotrasmettitori: si stima infatti che oltre il 90% della serotonina, l'ormone della serenità, e circa il 50% della dopamina, legata alla motivazione, siano sintetizzati proprio nel tratto digerente grazie all'azione batterica. Per i ricercatori, questo significa che l'intestino non è un semplice esecutore, ma un co-pilota della nostra stabilità emotiva, una vera e propria "bussola biologica" del buonumore. Per chi percorre un sentiero di consapevolezza, questo dato trasforma l'atto di mangiare in un rituale sacro di cura interiore. Nutrirsi non è più un conteggio di calorie, ma una pratica di biodiversità. Le evidenze scientifiche mostrano come una dieta povera di fibre e ricca di alimenti ultra-processati agisca come un veleno per i ceppi batterici "amici", innescando stati di infiammazione sistemica che i neurologi collegano direttamente alla nebbia cognitiva, all'ansia e a una ridotta resistenza allo stress. Al contrario, nutrire il microbiota con cibi vivi e variati equivale a coltivare un giardino interiore capace di produrre autonomamente pace e lucidità. Esistono alleati specifici in questa ricerca della gioia biochimica. Ceppi batterici come il Lactobacillus helveticus e il Bifidobacterium longum sono stati identificati per la loro capacità di abbassare i livelli di cortisolo nel sangue, agendo come ansiolitici naturali privi di effetti collaterali. Per attivare questa "farmacia interiore", la psicobiotica suggerisce di puntare sulla varietà: alimenti fermentati come il kefir e il kimchi apportano probiotici vivi, mentre i polifenoli del cacao amaro o dei frutti di bosco agiscono come prebiotici, nutrendo selettivamente le specie batteriche che proteggono il nostro cervello dall'usura dello stress. Abbracciare la rivoluzione della psicobiotica significa riconoscere che la spiritualità e la biologia sono due facce della stessa medaglia. Prendersi cura del proprio microbiota è un atto di amore verso se stessi che parla il linguaggio della materia per raggiungere le vette dello spirito. Ogni pasto consapevole diventa così un'opportunità unica per comunicare al nostro sistema nervoso che siamo in equilibrio, nutriti e al sicuro, permettendo alla nostra naturale attitudine alla gioia di fiorire dalle fondamenta stesse del nostro essere.
Pubblicazioni e Saggi
Spina di Cardo
Il culto degli Antenati rappresenta un legame profondo e indissolubile tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, un filo invisibile che attraversa il tempo e lo spazio, unendo generazioni passate e future. Dedicarsi a questa pratica è come compiere un viaggio che ci porta a riscoprire le nostre radici, a onorare la memoria di chi ci ha preceduto e a rafforzare il nostro legame con il mondo invisibile, mantenendo viva la connessione con i tuoi Antenati. Tramite questo libro potrai, infatti, intraprendere un cammino attraverso i misteri della morte e del contatto con l'aldilà, che ti porterà a esplorare pratiche e riti sacri sotto la guida di Hekate, Dea della stregoneria e custode dei defunti, che accompagna le anime oltre il velo e intercede affinché il contatto con gli Antenati possa avvenire in modo sicuro e protetto. Tra gli argomenti: La negromanzia, Il culto degli Antenati e come celebrarlo, Come preparare e consacrare l’altare degli Antenati, Come preparare e consacrare l’incenso dei defunti, Divinare con i defunti tramite una tavola spiritica, Divinare con i defunti usando il pendolo, Affidare un defunto a Hekate, Come esiliare uno spirito inquieto nell’oltretomba, E tanto altro. Prezzo 16,90 euro, 112 pagine, ISBN: 9788896180242, Aradia Edizioni

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Sin da bambina ho sempre avuto intuizioni, presentimenti, ma soprattutto ho sempre avuto contatti con persone trapassate,inoltre, durante i…
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Reiki e Sciamanismo presso Centro di Luce Fabiano Reiki Originale secondo il metodo del dr. Mikao Usui, Metodo Avanzato Karuna® Reiki,…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Tiziano Bussolotto ideatore della tecnica Athos Operatore Olistico Trainer SIAF ITALIA n. LO791T-OP Professionista disciplinato ai sensi…
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L'Associazione Danza di Stelle Percorsi di Crescita Spirituale propone corsi di medianità, stage, seminari, viaggi iniziatici,…
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Essere e le Notti Oscure dell'Anima (Sciamanesimo…

Anonima Anima
E mi Volgo all'Interno. Per Incombenza. Per Volontà Animica Per Necessità e per te Mnemosyne. Da lì e da te tutto parte e li, e a te, tutto torna. All'Interno. Si potrebbero cercare parole più raffinate ma non è il Tempo per questo. Non è Luogo ne tempo di raffinazione, adesso il Caos deve avere Luogo ed essere riconosciuto... Perché Raffinare in tale siffatto tempo qualcosa che nel suo sviluppo può aprire più Varchi, che Nasce da quella che qualcuno chiama la Notte Oscura dell'Anima. Tagli di Ferite che chiedono tale Volgersi così che nuove Forme possano Nascere e Ri-Nascere... Ogni Termine è Ciclo di un nuovo Inizio. Ogni evento esterno non ci definisce. Volgersi all'Interno è atto Sacro e da lì si può in-iziare a Guarire. ------------------------------------------------ Μνημοσύνη - Mnemosyne Nel mito Mnemosyne viene traversata dopo la Morte del Corpo fisico. Quello che il mito non dice è che Mnemosyne va traversata in Vita. Cos'è un Onda? Come la processiamo nella mente? Cosa le attribuiamo? Come la guardiamo? Marija Gimbutas scrisse di ondate patriarcali, un Onda avvolge e rilascia. Il termine è appropriato a de-finire come il patriarcato si è mosso e cosa ha avvolto sotterrandolo, ma solo apparentemente perché l'Acqua Fluisce e lo fa come? in Memorie, con Mnemosyne... E a questa Dea erano associate delle Acque, non quelle dell'oblio della Sorella, il suo opposto da integrare, ma Acque che fanno Vedere, ogni cosa. Nei Traumi che sono Fori percettivi Lete è Necessaria per dei frammenti, dei Cicli, poi il lavoro spetta a Mnemosyne, Lete e Mnemosyne sono un insieme non una scelta da separare, ma tale divisione era funzionale a mostrare una delle Ondate di cui sopra e a consolidarla prima sul piano Coscienziale poi sul piano Fisico (Mater-ico). Questo mito però, come tanti altri, contiene in Se tracce di qualcosa di pregresso al mito stesso. Le Notti Oscure dell'Anima: Lete e Mnemosyne L'Oblio quando l'Anima è Ferita dice la Psicologia è necessario, lo si anticipava, peccato che quell'oblio/Lete diviene permanenza, nello Sciamanesimo Tolteco viene definito come Voladores... Psicologia che un tempo era Psyche (Anima-Farfalla) oggi improntata spesso solo sulla mente, ma che dovrebbe essere l'Alchimia di un tempo in cui parlare significava finire su un rogo e di roghi tanti ve ne sono stati e tanti ve ne sono sia di Simbolici che di fattivi ancora oggi, chi Vede e parla è mal ingurgitata/o da chi non Intende Vedersi e Vedere. Ad esempio in Alchimia si diceva: "Lavare con il Fuoco e Bruciare con l'Acqua" Congiunzione degli opposti. Lete e Mnemosyne sono opposte, ma sono (in realtà, rimandando addietro) l'originale Dea Doppia Matriarcale. La Notte Oscura dell'Anima apre squarci nel Silenzio. Nel Buio per meglio dire. È una Soglia e come tale andrebbe Vista. sapendo che gli opposti non sono simili, sono anzi dissimili ma fanno Parte-no di un medesimo Tutto/Olos. Ricordiamoci chi Fummo...
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L'arte sacra del riciclo: come l'Autofagia…

Spiritual News
C’è un processo silenzioso e sacro che avviene dentro di noi ogni volta che concediamo al nostro corpo il lusso del vuoto: una forma di alchimia biologica che trasforma i detriti in vita nuova. Questo fenomeno, noto alla scienza come autofagia, rappresenta oggi la nuova frontiera della medicina della longevità e della crescita interiore. Sebbene il termine derivi dal greco e significhi letteralmente "mangiare se stessi", la realtà che descrive è tutt’altro che distruttiva. Si tratta, al contrario, del più sofisticato sistema di riciclaggio e rigenerazione che l’evoluzione abbia mai progettato, un meccanismo che tra il 2025 e il 2026 è stato confermato come il pilastro fondamentale per mantenere non solo un corpo sano, ma una mente lucida e uno spirito vibrante. Immaginate il vostro organismo come una cattedrale millenaria. Con il passare del tempo, tra le navate si accumulano polvere, detriti e materiali usurati: proteine malformate, mitocondri inefficienti e componenti cellulari che non svolgono più la loro funzione. Se questi "rifiuti" non vengono rimossi, la struttura inizia a decadere, portando a quella stanchezza cronica e a quell'opacità cognitiva che troppo spesso accettiamo come inevitabili segni dell'età. L'autofagia è la squadra di restauro che entra in azione nel silenzio del digiuno. Quando smettiamo di introdurre nutrienti per un periodo sufficientemente lungo, le nostre cellule non vanno in sofferenza, ma attivano un protocollo di sopravvivenza intelligente: iniziano a identificare tutto ciò che è vecchio, danneggiato o tossico all'interno della cellula, lo scompongono e lo riutilizzano per produrre energia e nuove strutture sane. Questo processo non è solo una curiosità biologica, ma una necessità evolutiva. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che l'incapacità del corpo di attivare regolarmente l'autofagia è strettamente legata all'insorgenza di malattie neurodegenerative e all'invecchiamento precoce. Al contrario, favorire questa "pulizia di primavera" cellulare agisce come un potente scudo protettivo. Per il lettore consapevole, l'autofagia diventa così una pratica di ecologia interiore: imparare a fare spazio affinché la vita possa rinnovarsi. È la dimostrazione scientifica di un principio spirituale universale: per accogliere il nuovo, bisogna avere il coraggio di lasciare andare e trasformare il vecchio. Ma come si attiva questa straordinaria finestra di rigenerazione nella vita quotidiana? La scienza della crononutrizione ci suggerisce che il segreto risiede nel ritmo. Non serve un digiuno estremo o punitivo; è sufficiente rispettare i tempi naturali del corpo. Pratiche come il digiuno intermittente o il Time-Restricted Feeding — concentrare i pasti in una finestra di 8-10 ore — sono i trigger più efficaci. Dopo circa 12-14 ore dall'ultimo pasto, i livelli di insulina scendono e il corpo, non essendo più impegnato nel complesso compito della digestione, può finalmente rivolgere le sue risorse all'interno. È in questo spazio di sospensione che avviene il miracolo: le cellule si riparano, l'infiammazione diminuisce e il sistema immunitario viene "resettato". Oltre al tempo, esistono dei preziosi alleati botanici che possono potenziare questo processo. Sostanze naturali come la spermidina (contenuta nei germogli di grano e nei legumi), il resveratrolo dell'uva e i polifenoli del tè verde agiscono come "mimetici del digiuno", inviando segnali biochimici che incoraggiano le cellule a ripulirsi. Tuttavia, l'ingrediente fondamentale rimane la consapevolezza del vuoto. In una società che ci spinge al consumo continuo, riscoprire il valore della pausa alimentare significa riappropriarsi del proprio benessere sovrano. Abbracciare l'autofagia come filosofia di vita significa riconoscere che il nostro corpo possiede una saggezza innata capace di guarire e rinnovarsi costantemente, se solo gliene diamo l'opportunità. Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di vivere con una qualità di presenza superiore. Una cellula pulita è una cellula che comunica meglio, che produce più energia e che sostiene una coscienza più radiosa. In questo senso, la biologia incontra la spiritualità: la rigenerazione cellulare diventa il riflesso fisico di una continua rinascita interiore, un invito a splendere ogni giorno di una luce nuova, libera dal peso del passato.


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