C’era una volta, e mai ci fu, in un luogo dove la nebbia si estendeva molto spesso all’orizzonte, una piccola foresta dalla forma tondeggiante. In questa foresta, ai piedi di una cittadella, viveva un anziana signora, che pareva godere di quello stato di solitudine che i più probabilmente avrebbero mal sopportato. La sua casa era fatta di legno all’apparenza e alla vista logoro. La signora si narrava tra le genti della cittadella avesse perso un amore, quello che la figlia non le faceva mai mancare. Non aveva sempre vissuto in quel cerchio di terra fatto di alberi, di canto di uccellini al mattino, di cespugli di more e ortiche, di nebbie che avvolgevano l’intera foresta e in inverno coperto da una coltre di neve. Si narra che l’anziana signora il cui nome non veniva pronunciato nella cittadella, restasse ore pomeridiane a curare la terra e a guardare un albero il cui tronco aveva rughe che risalivano a molti e molti anni. Lei si recava alla cittadella solo poche volte. Le sue parole, rare, risuonavano tra vecchie pietre e nelle orecchie delle persone come cadenzate da una melodia che univa dramma e assieme fermezza. Come poteva una sola voce di donna avere quel timbro, parlare solo con il suono?. Questa era la domanda che si poneva una giovane ragazza di nome Sara che spesso andava nel boschetto per cogliere un erba che la cittadella diceva essere rara, ma che lì e non altrove, compariva nel terzo mese lunare e per poco tempo era disponibile sia alla vista sia alla raccolta. Sara era piuttosto avulsa alle chiacchere del paese che dipingevano l’anziana signora meramente come un eremita, una solitaria che per i più veniva percepita come se si sentisse superiore e per questo non voleva stare con chi invece banchettava, commerciava e costantemente era impegnato nel da farsi per un luogo che alla ragazza sembrava sempre uguale a se stesso. Ma per la ragazza no, pensava molto alla figlia, erano coetanee ma lei ovviamente mai la conobbe. Una storia però le interessava. Anche questa circolava per la cittadella fatta di pietre e arroccata. Circolava una storia legata alla figlia dell’anziana signora. Veniva narrato che il giorno della morte della ragazza, a calendimaggio nella cittadella spuntasse un fiore che durava solo un giorno e che la notte si udissero lamenti provenienti dalla casa dove prima viveva l’anziana signora con la figlia. Tanto che tutta la piccola comunità del luogo si teneva distante da quella casa e propose a più riprese di eliminarne le ancor più logore spoglie rispetto alla casetta in legno della foresta. Un pomeriggio sulla tarda ora la ragazza era presso la soglia della foresta quando dinanzi a lei vide un cervo. Restò quasi pietrificata da quell’incontro, poco dopo a seguire l’animale l’anziana signora. Si guardarono negli occhi, nessuna delle due proferì parola, l’anziana signora prese la mano della giovane, la aprì con delicatezza e mise su di essa un piccolo oggetto in legno, la ragazza riconobbe dalla corteccia il frassino. L’oggetto era una piccola bambolina, intagliata in un frammento di dimensioni anch’esse ridotte. L’anziana signora riguardando la ragazza a quel punto parlò. “Tienilo con te, contiene lo spirito di chi c’è stata prima, invocane il nome quando sarai smarrita, ti aiuterà”. La ragazza non fece in tempo ad alzare gli occhi su queste poche parole che l’anziana signora sembrava essere scomparsa. Non ritenendo tale possibilità plausibile iniziò a cercarla, voltando lo sguardo in tondo, da una parte e poi dall’altra, qual’era il nome? non lo sapeva, non le era stato detto, perché quell’oggetto?, cosa significava? perché a lei e in quel momento? e ormai con il crepuscolo che avanzava dovette tornare indietro e anche velocemente tenendo nella tasca della sua veste questo dono che le era stato dato. Nella corsa che tale fu, il pensiero le andò al cervo, non aveva visto neanche lui dileguarsi tra la boscaglia. Le sensazioni erano un misto di timore e assieme curiosità, nervosismo e assieme una punta di paura. In aggiunta troppe erano le domande in quel momento per essere chiarite in una sola volta. La ragazza cadde, con lei la bambolina. Il suo ginocchio destro sanguinava e intorno il buio avanzava. Prese con uno scatto del corpo la bamboletta. Non pensò neanche un secondo alla domanda sul nome e chiamò Giuliaaaaaaa! Questo era il nome della figlia dell’anziana signora, un nome anch’esso che non veniva pronunciato da nessuno della cittadella. In lontananza passi sull’erba, non ne distingueva ne la provenienza ne l’incedere eppure le sembravano famigliari. All’improvviso il cervo ricomparve fermandosi davanti a lei. La ragazza chiuse gli occhi, i passi erano sempre più vicini restò ferma la sua pelle era madida di sudore, ma non arretrò ne evitò di muoversi per timore quanto piuttosto per la ferita che però all’improvviso sentiva non farle più male, in una frazione di tempo non misurabile sentì come gocce cadere sul ginocchio sanguinante. Non volle aprire gli occhi, ma lo fece quando la sensazione anzi le sensazioni avevano lasciato il posto al movimento del ginocchio stesso. Aprendo gli occhi la sua ferita era sparita ma non il cervo con cui incrociò lo sguardo. Si alzò sulle sue gambe e passando vicino a questa creatura proseguì il cammino, stavolta il suo incedere era fermo, deciso, non veloce ne carico di sentimenti che in quel momento le sembravano superflui. In un tempo che non avrebbe saputo ne aveva l’intento di misurare riuscì a tornare alla cittadella il buio ormai era quasi completamente avanzato, passando dinanzi alla vecchia casa di Giulia e di sua madre una folata di vento attraversò il suo corpo. Da quel momento la giovane ragazza mutò il colore dei suoi capelli, la mattina successiva la sua chioma del colore rossiccio e marrone divenne quasi bionda, un colore vicino al colore del frassino che strinse la notte tra le sue mani.