Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
Un'idea morale ed un'etica utopica esercitano sovente un grande appeal attrattivo su molti intellettuali. Come tutte le idee al di là della portata attuativa rischia però di diventare un’altra forma di “ismo”, una ideologia che si prefigge attraverso i suoi propagatori di elevare la coscienza con il solo risultato di contribuire a ulteriormente dividere la società umana in “credenti” e “infedeli”, buoni e cattivi. Insomma una religione che inneggia alla morale ed all'etica manca spesso di capacità attuativa e come tutte le finalità religiose resta un ideale alla portata di pochi “eletti” disgiunti dal contesto umano. Ritengo personalmente che per andare verso una consapevolezza della comune appartenenza e della pari dignità e complementarietà delle forme vitali e delle reciproche relazioni fra specie, sia importante che vengano innanzitutto riconosciute le differenze per poter allo stesso tempo riconoscere l’eticità naturale nel loro rapporto, senza forzare la natura. L’astrazione del pensiero trasformato in “morale” non aiuta la manifestazione di una spontanea “compassione” che sorge in un interspecismo maturo. Tutti gli esseri viventi attingono e si originano dalla comune matrice che differenziandosi ha assunto le innumerevoli forme, ognuna complementare e relata alle altre, ognuna con alcuni aspetti evolutivi utili al mantenimento della vita ed alla ulteriore propagazione e fioritura di nuove specie. L’uomo non è l’ultima parola in natura e questo deve essere sempre presente nella considerazione di chi si pone il “problema” del bene collettivo. “L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche) C'è poi una differenza sostanziale tra la morale e l'etica, che derivano da una catechesi religiosa, ed un giusto comportamento naturalistico. Tanto per cominciare osserviamo che i dettami religiosi, apparentemente utili alla convivenza sociale ed al rispetto per la natura e per i propri simili, hanno una origine chiaramente antropocentrica, non rivolta al miglioramento generale della qualità della vita, in senso fisiologico, bensì all'ottenimento di meriti o demeriti i cui risultati saranno usufruibili in un “post mortem”. Qui soprattutto stiamo parlando degli insegnamenti delle religioni monolatriche di origine giudaica poiché altre “religioni” -soprattutto orientali ma anche quelle di carattere matristico dell'Antica Europa- nelle loro espressioni non riconoscono l'esistenza di un “Dio” personale creatore e giudicante le sue creature, bensì di un evolversi spontaneo dell'esistenza che sempre tende alla crescita coscienziale. Le religioni monolatriche, ebraismo, cristianesimo ed islam, esprimono dettami che soddisfano la presunta volontà del demiurgo adorato, quindi il premio od il castigo sono condizionati dall'aderenza alle norme scritte (per altro da altri uomini autodefinitisi profeti o messia) attraverso le quali ottenere il passaporto per l'aldilà. Prova ne sia che – a parte alcune indicazioni alimentari, essenzialmente dovute a ragioni climatiche- tutti i comandamenti insegnati nella catechesi religiosa hanno una funzione moralistica di controllo sociale. La convivenza pacifica, la solidarietà fra umani ed animali, il rispetto della natura, non interessano queste religioni, tant'è che leggendo il corano, il vangelo e la bibbia troviamo numerose citazioni che incitano alla “guerra” ed alla distruzione degli “infedeli”. E' detto che “Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza” forse sarebbe più corretto dire che tali uomini crearono un Dio a loro sembianza e piacimento. E qui parliamo specificatamente di “uomini” nel senso di maschi, maschilisti e dominatori, poiché le donne -come abbiamo visto in altre pubblicazioni- sono considerate esseri inferiori, quasi al livello degli animali. La morale religiosa è misogina e contro natura e se un obbligo viene stabilito ha sempre un risvolto utilitaristico che non tiene conto dell'etica universale. Faccio un esempio concreto nell'uso prevaricatore consentito verso i nemici, gli animali e le forme di vita in generale. Il nemico sconfitto diventa succube e schiavo, gli animali sono oggetto di sfruttamento senza limiti, la natura viene considerata serva passiva delle necessità umane –o presunte tali- senza tener conto delle conseguenze. In realtà l'etica “religiosa” non esiste affatto è solo una parvenza poiché non tiene conto del contesto in cui si manifesta, delle diverse situazioni o della universalità nella sua attuazione. Per la bibbia Dio è al disopra di noi e l’uomo è un peccatore senza alcun potere, quindi egli non può evolversi e redimersi se non attraverso l'ubbidienza ai dettami impartiti dai suoi ministri. Da ciò ne consegue che ci sono nella società umana figli e figliastri, o addirittura esseri sub-umani esclusi dal conteggio. Il beneficio della “misericordia” è estensibile -ad esempio- solo a quelli che fanno parte del “popolo eletto”, ai membri della stessa parrocchietta, e non a tutti indistintamente (basterebbe in tal senso leggersi le ingiunzioni della Torah). Purtroppo questo atteggiamento fariseo è stato in parte ripreso anche dalla scienza in cui si tiene conto del “bene” e dell'utilità di ogni scoperta tesa allo specifico vantaggio dell'uomo, in quanto specie dominante. O peggio ancora dell'uomo in quanto società dominante. Basti vedere la continua ricerca di armi di distruzione di massa portata avanti dalle elites al potere, per questioni di dominio, senza considerare le conseguenze nell'uso di tali “invenzioni”. Vorrei anche portare l'esempio del sistema medico farmaceutico basato sulla vivisezione, introdotta prima negli USA e poi adottata nel resto della società “civilizzata”. La fisiologia di un topo o di un cane è totalmente diversa da quella di un essere umano ma si è fatto obbligo -prima di dichiarare un medicinale adatto all'uso umano- che ne venga testata la validità sugli animali. Ovvero gli animali vengono fatti soffrire volontariamente con il fine “etico” di salvaguardare la salute umana, per altro cosa che la sperimentazione su animali non potrà mai dimostrare poiché basata sugli esperimenti su specie diverse dall'uomo. Volendo restare in questo filone "etico-utilitaristico" possiamo notare che lo sfruttamento del mondo animale per fini voluttuari ha raggiunto livelli assolutamente privi di ogni eticità, forse perché nella bibbia è detto che gli animali possono essere usati a piacimento dell'uomo, questa è la concessione che il demiurgo fece nell'alleanza stipulata con Noè dopo il diluvio universale. Allora dove può risiedere il vero senso dell'etica? É ovvio che va ricercato in se stessi, nella propria esperienza di vita, nella capacità empatica che sviluppiamo attraverso l'osservazione delle cause ed interazioni del bene e del male e che riconosciamo anche in noi stessi, vedendoli rispecchiati negli altri. Il ruolo della persona etica è proprio quello di saper vivere senza nuocere. Questo riferimento preciso al valore della persona “in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva” rientra nell’ambito della Spiritualità Laica e non ha nulla a che vedere con la religione. Se si vuole ottenere chiarezza nella vita, non serve studiare gli insegnamenti religiosi ma approfondire solo una ricerca. Quale? La ricerca di se stessi in se stessi. Perché dentro ognuno di noi ci sono tutte le risposte. Scrive il celebre pensatore Henry Corbin: “Mancando la persona, assente ciò che ne rende possibile la preminenza, ci troviamo di fronte al nichilismo agnostico: non c’è più nessuno; l’uomo è scomparso”. Quindi la vera fonte dell'etica universalista risiede nell'esperienza e nel riconoscimento della comune appartenenza e del pari valore che ogni fenomeno o ogni altro essere condivide con noi, attraverso il nostro rapporto empatico. La libera crescita della coscienza non è descrivibile od etichettabile, come potrebbe esserlo la mente od il corpo, è il risultato di un approfondimento evolutivo nella conoscenza di sé e del nostro prossimo. Ne deriva una capacità di guardare ai diversi modi espressivi della vita con comprensione ed accettazione. Infatti, l'adesione ad una specifica credenza, ad una scuola, ecc., non ha valore quale supporto legittimo per diventare fonte di danno per sé e per gli altri. Notiamo che il senso etico prevalente nel mondo in cui viviamo è il risultato di un simile errore perpetrato soprattutto dalle tre principali religioni monoteistiche. Ovviamente nella ricerca del proprio Sé non possiamo fermarci alla conoscenza della “persona”. La persona ci consente di apprendere i vari modi espressivi della mente, comuni a tutti, e quindi di poter rispettare gli altri come noi stessi, ma il passo successivo di un'etica matura deve indirizzarsi verso il “transpersonale”, da qui sorge un distacco, una consapevolezza del significato dei miti, riconoscendoli simbolicamente, ed è a questo punto che irrompono gli archetipi primordiali ed il vuoto al limite della mente. Questo stato viene descritto da Gurdjieff come “negatività purgatoriale” una condizione preliminare alla perdita della fissità individuale e foriera dell’assorbimento nel Sé. Questa consapevolezza-testimonianza, chiamatela se volete “essenza sottile”, è come un aroma che emana dalla materia, dal che se ne deduce che non può esserci separazione fra la materia e lo spirito. Nemmeno può esserci vantaggio personale a scapito altrui, poiché siamo in un unicum. Non si pensi però che lo stato di totale empatia possa essere raggiunto attraverso uno studio od una comprensione intellettuale poiché l’intento è un aspetto della mente, mentre la consapevolezza – che è pura coscienza – consente il manifestarsi di tutti i processi che appaiono nella mente ma non ne è toccata. In verità questo stato di assoluta libertà è già presente e connaturato in noi, ma è stato oscurato da una mole di credenze e false nozioni su noi stessi e sul mondo percepito come separato da noi. Questa separazione è fonte di angoscia ed è proprio per questa ragione che le filosofie orientali, in particolare il buddismo, si sono indirizzate verso il superamento della sofferenza. Per ottenere ciò dobbiamo compiere una rivoluzione a 180 gradi. Per essere in armonia con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda occorre ribaltare il concetto egoico antropocentrico che ha generato negli ultimi millenni carneficine inimmaginabili, desertificazioni immense, saccheggi di luoghi incontaminati e indifesi. Jean-Paul Sartre diceva che dal mancato incontro con l'altro derivano le sofferenze e il dolore che gli uomini si infliggono l'un l'altro. Nel non credere alle norme precostituite, alle abitudini del mondo, c'è la chiave per la liberazione. “Non credere in quello che dico. Non prendere dogmi o libri come infallibili. Non credere agli altri e non credete nemmeno ai maestri. Non credere a nessuno e questo è il mio unico vero insegnamento che ti darò. Non credere mai!” (Buddha) Nelle forme più raffinate del buddismo, come ad esempio nel sistema Zen, molta importanza si dà all'empatia che si sviluppa attraverso i rapporti interpersonali. Godendo e soffrendo assieme agli altri. Il vero altruismo è però un'arte che occorre sviluppare, poiché se è facile condividere la gioia risulta più difficile condividere la sofferenza. In tal senso l'adepto zen “assisterà” il sofferente invitandolo a superare il dolore nel modo giusto. Gli suggerirà di non aspettarsi consolazioni o che sia il tempo a portare la guarigione, gli farà capire che potrà vincere il suo dolore solo accettandolo come parte del suo destino. Chi è capace di tanto riesce a sopportare la propria sofferenza e se ne libera. Questa liberazione porta alla guarigione tanto più sicuramente quanto più sinceramente si partecipa al dolore altrui, cioè quanto più sensibili si diventa verso il dolore di chiunque. Il sofferente, reso cosciente da questa radiografia del suo stato d'animo, percepisce direttamente che a liberarlo dal dolore non è il rifiuto dello stesso né la fuga dall'esistenza. Questa è una genuina forma di etica altruistica. Ma ora vediamo più in dettaglio come viene affrontato il concetto di “etica” in altre filosofie orientali. Questo concetto, ad esempio, non è contemplato nel taoismo, poiché l’etica appartiene al ragionamento e quindi al cervello logico. Ovvero è una costruzione mentale speculativa e preordinata. Una sorta di condizionamento che subentra in seguito all'accettazione di regole comportamentali. Nel taoismo non vi sono regole codificate, tutto l'agire avviene nella spontaneità e nell'idoneità di rispondere alla situazione corrente. L'etica viene considerata una sorta di calmieratore per regolamentare i rapporti interpersonali nella società, ciò comporta il predominio della coscienza razionalista, la parte giudicativa della mente prende così il sopravvento nel funzionamento e da qui l'insorgere delle religioni, del sistema gerarchico e della arroganza dell’uso nei confronti delle altre creature e della natura. Da una parte si opprime considerandolo un proprio diritto e dall’altra si difende in considerazione della propria “superiorità” ideologica (etica). Nel Hua Hu Ching è detto: “Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L’attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l’essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata.” Nel taoismo, che propriamente è una forma di naturalismo vissuto senza enfasi, si indica l’astenersi dagli eccessi, sia in positivo che in negativo, come un naturale atteggiamento di vita. Si comprende il bene ed il male ma non si predilige né l’uno né l’altro. Il bene (Yang) ed il male (Yin) sono i due aspetti del manifestarsi della esistenza su questa terra. Ed è per questa ragione che i taoisti irridevano il buon Confucio che da razionalista convinto spingeva per un’etica sociale e politica, mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non governandole quindi per convenienza utilitaristica. Occorre superare il distacco che ha portato quasi a radicalizzare il conflitto tra spontaneità e retorica, e ciò senza voler efficientemente promuovere ed affermare e ri-pensare la verità della propria natura originaria in quanto risultato di una concezione “etica”. In definitiva secondo il taoismo etica e morale son due pensieri cangianti e relativi, due qualità utili semplicemente alla convenienza sociale, due forme ipocrite di asservimento alle consuetudini. Infatti la morale e l’etica sono state usate da tutte le religioni come bandierine simboliche per giustificare il “bene” programmato a sistema. Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Voci, Pensieri e Poesie
Storia di Francesca C.
C’era una volta, e mai ci fu, in un luogo dove la nebbia si estendeva molto spesso all’orizzonte, una piccola foresta dalla forma tondeggiante. In questa foresta, ai piedi di una cittadella, viveva un anziana signora, che pareva godere di quello stato di solitudine che i più probabilmente avrebbero mal sopportato. La sua casa era fatta di legno all’apparenza e alla vista logoro. La signora si narrava tra le genti della cittadella avesse perso un amore, quello che la figlia non le faceva mai mancare. Non aveva sempre vissuto in quel cerchio di terra fatto di alberi, di canto di uccellini al mattino, di cespugli di more e ortiche, di nebbie che avvolgevano l’intera foresta e in inverno coperto da una coltre di neve. Si narra che l’anziana signora il cui nome non veniva pronunciato nella cittadella, restasse ore pomeridiane a curare la terra e a guardare un albero il cui tronco aveva rughe che risalivano a molti e molti anni. Lei si recava alla cittadella solo poche volte. Le sue parole, rare, risuonavano tra vecchie pietre e nelle orecchie delle persone come cadenzate da una melodia che univa dramma e assieme fermezza. Come poteva una sola voce di donna avere quel timbro, parlare solo con il suono?. Questa era la domanda che si poneva una giovane ragazza di nome Sara che spesso andava nel boschetto per cogliere un erba che la cittadella diceva essere rara, ma che lì e non altrove, compariva nel terzo mese lunare e per poco tempo era disponibile sia alla vista sia alla raccolta. Sara era piuttosto avulsa alle chiacchere del paese che dipingevano l’anziana signora meramente come un eremita, una solitaria che per i più veniva percepita come se si sentisse superiore e per questo non voleva stare con chi invece banchettava, commerciava e costantemente era impegnato nel da farsi per un luogo che alla ragazza sembrava sempre uguale a se stesso. Ma per la ragazza no, pensava molto alla figlia, erano coetanee ma lei ovviamente mai la conobbe. Una storia però le interessava. Anche questa circolava per la cittadella fatta di pietre e arroccata. Circolava una storia legata alla figlia dell’anziana signora. Veniva narrato che il giorno della morte della ragazza, a calendimaggio nella cittadella spuntasse un fiore che durava solo un giorno e che la notte si udissero lamenti provenienti dalla casa dove prima viveva l’anziana signora con la figlia. Tanto che tutta la piccola comunità del luogo si teneva distante da quella casa e propose a più riprese di eliminarne le ancor più logore spoglie rispetto alla casetta in legno della foresta. Un pomeriggio sulla tarda ora la ragazza era presso la soglia della foresta quando dinanzi a lei vide un cervo. Restò quasi pietrificata da quell’incontro, poco dopo a seguire l’animale l’anziana signora. Si guardarono negli occhi, nessuna delle due proferì parola, l’anziana signora prese la mano della giovane, la aprì con delicatezza e mise su di essa un piccolo oggetto in legno, la ragazza riconobbe dalla corteccia il frassino. L’oggetto era una piccola bambolina, intagliata in un frammento di dimensioni anch’esse ridotte. L’anziana signora riguardando la ragazza a quel punto parlò. “Tienilo con te, contiene lo spirito di chi c’è stata prima, invocane il nome quando sarai smarrita, ti aiuterà”. La ragazza non fece in tempo ad alzare gli occhi su queste poche parole che l’anziana signora sembrava essere scomparsa. Non ritenendo tale possibilità plausibile iniziò a cercarla, voltando lo sguardo in tondo, da una parte e poi dall’altra, qual’era il nome? non lo sapeva, non le era stato detto, perché quell’oggetto?, cosa significava? perché a lei e in quel momento? e ormai con il crepuscolo che avanzava dovette tornare indietro e anche velocemente tenendo nella tasca della sua veste questo dono che le era stato dato. Nella corsa che tale fu, il pensiero le andò al cervo, non aveva visto neanche lui dileguarsi tra la boscaglia. Le sensazioni erano un misto di timore e assieme curiosità, nervosismo e assieme una punta di paura. In aggiunta troppe erano le domande in quel momento per essere chiarite in una sola volta. La ragazza cadde, con lei la bambolina. Il suo ginocchio destro sanguinava e intorno il buio avanzava. Prese con uno scatto del corpo la bamboletta. Non pensò neanche un secondo alla domanda sul nome e chiamò Giuliaaaaaaa! Questo era il nome della figlia dell’anziana signora, un nome anch’esso che non veniva pronunciato da nessuno della cittadella. In lontananza passi sull’erba, non ne distingueva ne la provenienza ne l’incedere eppure le sembravano famigliari. All’improvviso il cervo ricomparve fermandosi davanti a lei. La ragazza chiuse gli occhi, i passi erano sempre più vicini restò ferma la sua pelle era madida di sudore, ma non arretrò ne evitò di muoversi per timore quanto piuttosto per la ferita che però all’improvviso sentiva non farle più male, in una frazione di tempo non misurabile sentì come gocce cadere sul ginocchio sanguinante. Non volle aprire gli occhi, ma lo fece quando la sensazione anzi le sensazioni avevano lasciato il posto al movimento del ginocchio stesso. Aprendo gli occhi la sua ferita era sparita ma non il cervo con cui incrociò lo sguardo. Si alzò sulle sue gambe e passando vicino a questa creatura proseguì il cammino, stavolta il suo incedere era fermo, deciso, non veloce ne carico di sentimenti che in quel momento le sembravano superflui. In un tempo che non avrebbe saputo ne aveva l’intento di misurare riuscì a tornare alla cittadella il buio ormai era quasi completamente avanzato, passando dinanzi alla vecchia casa di Giulia e di sua madre una folata di vento attraversò il suo corpo. Da quel momento la giovane ragazza mutò il colore dei suoi capelli, la mattina successiva la sua chioma del colore rossiccio e marrone divenne quasi bionda, un colore vicino al colore del frassino che strinse la notte tra le sue mani.