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Qualcuno lo ha sempre fatto istintivamente: aprire un quaderno nei momenti difficili, affidare alla carta ciò che non si riesce a dire ad alta voce, tracciare parole come si scavasse un canale attraverso il quale l'emozione potesse finalmente scorrere. Per decenni questa pratica è stata relegata alla sfera del privato, al diario adolescenziale, al gesto intimo che non richiedeva spiegazioni. Oggi la ricerca scientifica la sta prendendo sul serio — e le evidenze che emergono sono più solide e più articolate di quanto chiunque avrebbe potuto aspettarsi. La scrittura espressiva, come disciplina terapeutica, ha radici nel lavoro pioneristico dello psicologo americano James Pennebaker, che negli anni Ottanta iniziò a studiare sistematicamente cosa accadeva a livello psicofisiologico quando le persone venivano invitate a scrivere liberamente dei loro pensieri e sentimenti più profondi, in particolare riguardo a esperienze stressanti o traumatiche. I risultati erano sorprendenti: chi scriveva mostrava, nelle settimane successive, miglioramenti misurabili nella funzione immunitaria, una riduzione delle visite mediche, un abbassamento della pressione arteriosa e un miglioramento del tono dell'umore. Non si trattava di effetto placebo: si trattava di cambiamenti biologici documentati. Da allora, centinaia di studi hanno approfondito, verificato e ampliato quelle scoperte iniziali, con metanalisi che hanno sintetizzato i dati di decine e poi centinaia di trial sperimentali. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista PLOS ONE dall'Università di Northumbria ha offerto una delle analisi più aggiornate e rigorose sul tema, concentrandosi specificamente sulle tecniche di scrittura espressiva positiva — un'evoluzione del paradigma originale che integra gli strumenti della psicologia positiva: scrivere di gratitudine, identificare risorse e punti di forza personali, ricercare il significato anche nelle esperienze difficili. I risultati mostrano che queste tecniche producono benefici misurabili sul benessere soggettivo, con effetti particolarmente pronunciati su alcune dimensioni specifiche: la riduzione dell'ansia, il miglioramento dell'umore, il senso di coerenza e significato nella propria vita. Crucialmente, la revisione identifica anche le condizioni ottimali per massimizzare gli effetti: la scrittura funziona meglio quando è praticata con regolarità, quando viene data alla persona sufficiente libertà espressiva, e quando il focus non è esclusivamente sul dolore ma anche — e soprattutto — sulla ricerca di prospettiva e senso. Uno degli aspetti più affascinanti di questa ricerca riguarda i meccanismi biologici sottostanti. Scrivere di esperienze emotivamente significative riduce l'attività del sistema nervoso simpatico, abbassa i livelli di cortisolo e — secondo alcuni studi — modifica l'espressione di geni legati alla risposta infiammatoria. La scrittura, in altre parole, non è solo uno sfogo emotivo: è un atto che riverbera fino al livello cellulare. Ma perché scrivere produce questi effetti, quando semplicemente pensare agli stessi contenuti spesso non basta? La risposta che i ricercatori propongono è affascinante: la scrittura impone una struttura narrativa all'esperienza caotica. Obbliga a scegliere le parole, a mettere in sequenza gli eventi, a cercare un filo che li colleghi. In questo processo, qualcosa si organizza nella mente — l'esperienza viene integrata, non semplicemente rimossa o repressa. Il neuroimaging mostra che questo processo di narrazione scritta riduce l'attività dell'amigdala, il centro cerebrale dell'allarme emotivo, e aumenta quella della corteccia prefrontale, la sede del pensiero riflessivo e della regolazione. Le applicazioni pratiche si moltiplicano in contesti molto diversi. Negli ambienti clinici, la scrittura espressiva viene sempre più integrata nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress, della depressione e dei disturbi d'ansia. In ambito oncologico, studi su pazienti in chemioterapia hanno mostrato che la pratica regolare di scrittura espressiva è associata a una migliore qualità della vita percepita e a una riduzione dei sintomi ansiosi. In ambito lavorativo, organizzazioni sanitarie e aziende hanno iniziato a introdurre laboratori di scrittura come strumenti di prevenzione del burnout tra i professionisti ad alto carico emotivo. La scrittura espressiva non è psicoterapia, e non la sostituisce. Non è nemmeno adatta a tutti i momenti: nelle fasi acute del trauma, affrontare direttamente il materiale doloroso può essere destabilizzante, e la guida di un professionista resta fondamentale. Ma come pratica di manutenzione psicologica, come strumento di autoconoscenza e di elaborazione quotidiana, offre qualcosa di raro: un'azione concreta, accessibile, gratuita e scientificamente supportata che ciascuno può integrare nella propria vita con relativa facilità. Le tradizioni spirituali lo sapevano da sempre, a modo loro. I diari mistici, le preghiere scritte, i testi di riflessione personale che costellano la storia di ogni religione sono testimonianze di qualcosa che l'umanità ha intuito da millenni: mettere in parole il proprio mondo interiore è già, di per sé, un atto di trasformazione. La scienza, oggi, ci sta spiegando esattamente come e perché.
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Stefano Petrucci
La prima scintilla non poteva che essere il Talento. E se ciò che ti sembra un difetto fosse, in realtà, un segnale del tuo talento? Non il talento di cui si parla a scuola — essere bravi in qualcosa — ma il modo unico e irripetibile in cui la vita si esprime attraverso di te. Non qualcosa che fai: qualcosa che sei. Diciotto racconti illustrati, e in ognuno un ragazzo o una ragazza incontra il proprio talento. Quasi mai come un dono luminoso: all'inizio arriva travestito da inquietudine, da paura, da una sensibilità che sembra eccessiva. È quando i protagonisti smettono di combatterlo e cominciano ad ascoltarlo che quel disagio rivela chi sono davvero. Una violoncellista convinta di non essere mai abbastanza. Un funambolo che deve lasciare il controllo. Un uomo che danza su una sedia a rotelle. Diciotto talenti, un unico momento: quello in cui ci si riconosce. Nessuna lezione, nessuna morale spiegata. Solo storie. Per genitori e insegnanti. Non è un manuale di crescita personale travestito da romanzo: è narrativa. I temi che contano — l'autostima, la paura di non valere, la fatica di essere sé stessi — ci sono, con onestà, ma sempre dentro una storia. È il libro da regalare quando non trovi le parole, da leggere a voce alta, da lasciare su un comodino. Il talento non si insegna. Si riconosce. Primo volume della collana Scintille Divine · Edizioni Comunicazione Evolutiva · 18-25 Dal 27 luglio su Amazon e su http://www.stefanopetrucci.com/prodotto/talento-magico/
Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
Oggi parlando con Caterina, la mia compagna, le riferivo le parole di Nisargadatta, relative alla sua persona: "Ho lasciato che la mia natura umana si sviluppi, nel modo in cui il suo destino lo vuole, io rimango come sono.” E questa era la sensazione vissuta di fronte a lui, si osservava un uomo che dal comportamento non differiva assolutamente da chiunque altro, nell'esprimere ciò che era, senza remore o aggiustamenti. D'altronde cosa c'è da aggiustare? Cosa può oscurare la consapevolezza di sé una volta ottenuta quell'esperienza? A cosa serve quell'esperienza? Forse semplicemente a ricordarci chi siamo veramente: pura consapevolezza. Ed una volta avuta quell'esperienza, quel satori, dovremmo lasciare che "la natura umana si sviluppi, nel modo in cui il suo destino lo vuole". D'altronde se è il destino a volerlo come potremmo opporci, possiamo solo arrovellarci e rifiutare ciò che stiamo vivendo. Nel rifiuto c'è sofferenza. Nell'accettazione c'è pace. Qualcuno dice di non poter osservare con distacco ma non è corretto poiché chiunque è in grado di descrivere ciò che ha osservato, anche se il suo pensiero è macchiato di "pregiudizio". Insomma talvolta non ci piace il panorama, il film di questa esistenza che incarniamo. Ma le cose succedono, malgrado tutto e aldilà della nostra volontà. Diceva Sai Baba di Shirdi che l'unica libertà che abbiamo è accettare ciò che ci è dato vivere o rifiutarlo, è da questo diverso atteggiamento che sorge la propensione a predisporre un nuovo "karma". Ma infine cosa scegliere? Non esiste una scala di valori, tutto si manifesta contemporaneamente e nella stessa condizione, quel che ci piace e quel che non ci piace, quel che siamo nella carne e quel che siamo nello spirito. Perché, come dicono i buddhisti "il buddha è presente nei dieci mondi della manifestazione, dagli inferi alla buddhità". C'è forse un Io superiore da conquistare, un io inferiore da perdere?... Non c’è nulla in verità che si “perde”, nemmeno l’io individuato che è pur sempre un aspetto della Realtà. Pertanto, come disse il vate: "ama il tuo sogno se pur ti tormenta!" - Nisargadatta riferisce che Siddharameshwar Maharaj, il suo maestro, gli disse: "Tu sei l'assoluto, credi alle mie parole ed agisci di conseguenza", io stetti alle sue parole con fede e perseveranza e infine realizzai la loro verità" Anche il grande saggio Ramana Maharshi restò “laico” per tutta la vita, gettò via il cordone da bramano ma non si fece mai monaco, Ramana era uno stretto non-dualista, che rifiutò fino all’ultimo di entrare in un qualsiasi ordine religioso. Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

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Docente di cristalloterapia eterica presso il Centro Studi Pranici fonde la spiritualità con la tecnologia intelligente per rendere l’uomo…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Psicologo e meditatore Da anni ho abbinato il connubio tra psicologia e meditazione, poter avere uno strumento adeguato e utile per…
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Nirava Dainotto, esploratrice e guida nel mondo dell’energia e della salute naturale. All’anagrafe Tiziana Dainotto. L’altro nome sacro è…
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Biodanza, 5Ritmi, Danze sacre e altre
Sono insegnante certificata, mentore, facilitatore e danzatrice della pratica dei 5Ritmi© di Gabrielle Roth Sono nata a Londra nel 1965 e mi…
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Facilitatore evolutivo del talento umano. Alchimista spirituale, psicologo clinico e quantistico, naturopata, ipnotista, scrittore.…
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Mangiare verde per stare meglio: l'alimentazione…

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C'è un'idea che sta guadagnando terreno con crescente solidità nella ricerca scientifica internazionale, e che potrebbe riscrivere il modo in cui pensiamo al legame tra cibo e mente: quello che mettiamo nel piatto influenza non solo la salute del nostro corpo, ma anche quella del nostro cervello — e in modo molto più diretto e rapido di quanto si credesse. Al centro di questa rivoluzione silenzionsa c'è l'alimentazione a base vegetale, studiata sempre più non solo per i suoi benefici cardiovascolari o metabolici, ma per i suoi effetti documentati sull'ansia, sulla depressione e sul benessere psicologico complessivo. La chiave di volta di questo campo emergente è l'asse intestino-cervello: un sistema di comunicazione bidirezionale che collega il microbiota intestinale — l'ecosistema di miliardi di batteri, funghi e altri microorganismi che popolano il nostro intestino — direttamente al sistema nervoso centrale. Questo dialogo avviene attraverso il nervo vago, attraverso segnali ormonali e attraverso molecole prodotte dai batteri intestinali stessi — tra cui i precursori della serotonina, il neurotrasmettitore comunemente associato all'umore positivo. Si stima che circa il novanta per cento della serotonina del corpo umano sia prodotta nell'intestino, non nel cervello. Un dato che da solo ridisegna l'intera mappa delle relazioni tra nutrizione e salute mentale. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista Cureus ha esaminato tredici studi coinvolgenti oltre ottomila partecipanti, con l'obiettivo di valutare l'impatto delle diete vegane e strettamente plant-based sui disturbi d'ansia, sulla depressione e sui comportamenti alimentari. I risultati mostrano che i partecipanti che seguivano diete ricche di alimenti vegetali interi — frutta, verdura, legumi, cereali integrali, semi e frutta secca — presentavano livelli significativamente inferiori di ansia e depressione rispetto ai gruppi di controllo. Gli effetti erano particolarmente pronunciati nelle diete ad alto contenuto di fibre e antiossidanti, che modulano favorevolmente la composizione del microbiota e riducono l'infiammazione sistemica — uno dei principali fattori biologici associati alla depressione. Una revisione parallela pubblicata su Frontiers in Nutrition nel 2026 ha approfondito i meccanismi biologici alla base di questi effetti, identificando cinque percorsi principali: la modulazione del microbiota intestinale, la riduzione dell'infiammazione, il miglioramento della sintesi di neurotrasmettitori, la regolazione degli ormoni dello stress e la protezione contro lo stress ossidativo cerebrale. In ciascuno di questi percorsi, i componenti tipici di una dieta a base vegetale integrale — polifenoli, flavonoidi, fibre prebiotiche, acidi grassi omega-3 di origine vegetale — mostrano effetti favorevoli e ben documentati. Emerge tuttavia un elemento critico che la ricerca non esita a segnalare, e che merita attenzione: non tutte le diete plant-based sono uguali. I dati mostrano con chiarezza che le diete a base vegetale di tipo ultra-processato — quelle che sostituiscono la carne con prodotti industrialmente elaborati ricchi di additivi, sodio e zuccheri — non solo non producono i benefici descritti, ma in alcuni casi sono associate a un peggioramento dei sintomi depressivi e dell'umore. La qualità degli alimenti conta quanto — se non più — la loro origine. Un hamburger vegetale altamente processato e un piatto di lenticchie con verdure di stagione appartengono entrambi alla categoria "plant-based", ma i loro effetti sul microbiota e sulla chimica cerebrale sono radicalmente diversi. Emerge anche un'altra sfumatura che la ricerca ha cominciato a esplorare con interesse: la motivazione con cui si adotta un'alimentazione vegetale sembra modulare i suoi effetti psicologici. Le persone che scelgono una dieta plant-based per ragioni etiche — la riduzione della sofferenza animale, la tutela dell'ambiente — tendono a mostrare livelli di benessere psicologico superiori rispetto a quelle che la adottano esclusivamente per ragioni di controllo del peso o di immagine corporea. In quest'ultimo gruppo, la ricerca ha rilevato un rischio più elevato di sviluppare comportamenti alimentari rigidi e ossessivi, incluse forme di ortoressia nervosa. È una distinzione che le tradizioni spirituali conoscono bene: il cibo, in quasi tutte le culture sapienziali, non è mai stato solo nutrimento fisico. È stato sempre anche gesto etico, atto relazionale, espressione di valori. La connessione tra ciò che mangiamo, il perché lo mangiamo e come ci sentiamo non è un'invenzione della psicologia contemporanea. È una verità antica che la scienza sta imparando a misurare — e i numeri, per una volta, danno ragione alla saggezza.
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Il digiuno intermittente e il cervello: quando…

Spiritual News
Esiste un paradosso apparente al cuore di una delle pratiche alimentari più antiche dell'umanità: smettere temporaneamente di nutrirsi può, in determinate condizioni, nutrire meglio la mente. Digiuni rituali, astinenze spirituali, quaresime e periodi di purificazione: ogni grande tradizione religiosa e sapienziale ha riconosciuto nel digiuno volontario qualcosa di più di una semplice privazione. Un atto di pulizia interiore, una soglia verso stati di coscienza più lucidi. Oggi la neuroscienza sta cominciando a spiegare, con un linguaggio molecolare preciso, perché quelle intuizioni millenarie contenessero una verità biologica. Il digiuno intermittente — nelle sue varianti più studiate, che prevedono finestre alimentari di 6-8 ore e periodi di astinenza di 16 ore o più — è diventato uno degli oggetti di ricerca più attivi nel campo della neurobiologia nutrizionale. E ciò che emerge dagli studi più recenti va ben oltre la perdita di peso o il controllo glicemico: riguarda direttamente la salute del cervello, la qualità del pensiero e la resilienza cognitiva nel tempo. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Frontiers in Nutrition ha esaminato in modo sistematico i meccanismi attraverso cui il digiuno intermittente protegge il cervello e ne migliora le funzioni, con un focus particolare sull'asse intestino-cervello. I risultati sono illuminanti: durante i periodi di astinenza alimentare, il corpo avvia una serie di processi cellulari che hanno effetti diretti e misurabili sul sistema nervoso centrale. Il primo meccanismo è la produzione di corpi chetonici: quando il glucosio scarseggia, il fegato converte i grassi in questa forma alternativa di carburante, che il cervello utilizza con notevole efficienza. I corpi chetonici non si limitano a fornire energia: riducono l'infiammazione neuronale, migliorano l'efficienza mitocondriale e sembrano avere un effetto protettivo contro alcune forme di degenerazione neurologica. Il secondo meccanismo riguarda il BDNF — Brain-Derived Neurotrophic Factor, letteralmente il "fattore neurotrofico derivato dal cervello" — una proteina che agisce come fertilizzante per i neuroni: stimola la crescita di nuove connessioni, protegge i neuroni esistenti e favorisce la plasticità sinaptica. Il digiuno intermittente ha dimostrato di aumentare significativamente i livelli di BDNF nell'ippocampo, la regione cerebrale centrale per la memoria e l'apprendimento. È un dato che ha implicazioni profonde: livelli bassi di BDNF sono associati alla depressione, al declino cognitivo e a malattie come il morbo di Alzheimer. Il terzo meccanismo è forse il più affascinante per il lettore con sensibilità olistica: il digiuno modifica profondamente il microbiota intestinale, e attraverso di esso influenza direttamente il cervello. La relazione tra intestino e cervello — mediata dal nervo vago, da molecole segnale come gli acidi grassi a catena corta e da precursori della serotonina — è oggi uno dei campi più fertili della neuroscienza. Il digiuno intermittente, secondo le ricerche più recenti, migliora la diversità del microbiota, arricchisce i batteri benefici, riduce la permeabilità intestinale e abbassa i livelli di neuroinfiammazione. In termini più immediati: un intestino che funziona meglio produce una mente più stabile, più serena, più capace di concentrazione. Ma c'è anche una notizia che spiazza le convinzioni comuni. Una metanalisi di 71 studi pubblicata nel 2025 dall'American Psychological Association ha sfatato uno dei miti più resistenti legati all'alimentazione: digiunare per brevi periodi non compromette le capacità cognitive negli adulti sani. La sensazione popolare secondo cui "se non mangio non riesco a pensare" non trova riscontro nei dati sperimentali per la stragrande maggioranza degli adulti in buona salute. Anzi, alcune misurazioni suggeriscono che, in condizioni di digiuno moderato, certi parametri di allerta e concentrazione migliorano. Tutto ciò non va letto come un invito acritico al digiuno: la ricerca è chiara nel sottolineare che i benefici dipendono dal tipo di protocollo, dalla durata, dall'età e dalla condizione di salute individuale. Il digiuno non è indicato per tutti, e approcci improvvisati o estremi possono essere controproducenti o persino dannosi, soprattutto in presenza di disturbi alimentari, condizioni metaboliche particolari o in età evolutiva. Ciò che la scienza restituisce, tuttavia, è una visione più sofisticata e rispettosa di quella che le tradizioni hanno sempre proposto: il digiuno non è una punizione né una privazione fine a se stessa. È, quando praticato con consapevolezza e nelle modalità appropriate, un'occasione per il corpo e per la mente di attivare risorse rigenerative profonde che l'abbondanza alimentare costante tende a sopire. In fondo, anche il silenzio ha bisogno di spazio per esistere. E forse anche la mente ha bisogno, di tanto in tanto, del proprio silenzio nutritivo.


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