mar, 27 gennaio 2026

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Paolo D'Arpini
Nella remotissima antichità il computo del tempo non veniva fatto in “anni”, essendo quello il risultato di una valutazione e comprensione successiva, il tempo scorreva e veniva calcolato sulla base di fatti visibilmente più efficaci… Si calcolava in lune.Le 13 lune e l’archetipo mancante Ricordate Matusalemme? Ma senza soffermarci su di lui ricorderete tutte le storie di tutte le tradizioni in cui si narra come nell’antichità mitologica gli uomini vivessero per centinaia di anni. Beh, nella remotissima antichità il computo del tempo non veniva fatto in “anni”, essendo quello il risultato di una valutazione e comprensione successiva, il tempo scorreva e veniva calcolato sulla base di fatti visibilmente più efficaci. Si calcolava in lune. Tutti i calendari dell’antichità erano calendari lunari. L’età delle persone si stabiliva sul numero delle lune. Persino in tempi relativamente recenti, quando gli inglesi invasero il nord America, gli aborigeni calcolavano la loro età in lune. E quante sono le lune in una vita? Possono ovviamente essere centinaia – se non migliaia – considerando che le lune nuove in un anno sono 13 ecco che una vita media (nel lontano passato) di circa 30 o 40 anni diventava una vita di 400 lune ed oltre. Se ad un uomo capitava di vivere per 80 anni, ecco che la sua esistenza enumerava un migliaio di lune… il che da un senso diverso alla durata della vita di patriarchi vari e compagnia… (infatti dal punto di vista genetico sappiamo che la durata della vita nell’uomo non è mai giunta a coprire le centinaia o migliaia di anni come affermato nelle storie mitologico-religiose. Ma proseguiamo con il discorso delle 13 lune.. che tra l’altro erano collegate ai periodi fecondi delle donne e quindi il calcolo in lune era un ottimo sistema per descrivere gli eventi della vita, ed infatti per migliaia d’anni il valore dell’esistenza era basato sulla capacità femminile di procreare, sulla importanza della donna in quanto matrice ed espressione della Madre Terra. E la luna, si sa, è un simbolo femminile per antonomasia, legata all’istinto, all’intuito, alla magia, etc. Poi successivamente subentrò un rovesciamento di valori, senza voler qui esaminarne le cause, diciamo che prese il sopravvento una cultura patriarcale, o solare. Da quel momento in poi il tempo doveva essere calcolato in quadratura razionale, attraverso la comprensione del movimento dell’astro solare. Nacquero così i dodici mesi, come frammenti di un anno, e da quel momento in poi gli anni “solari” furono il metro di misura di tutto ciò che avviene sulla terra. Per cui la vita (misurata in anni) sembrò accorciarsi. Altro risvolto è che per stare nelle 4 stagioni i mesi dovevano essere pari e non dispari. Gli archetipi primordiali, che originariamente erano 13 come le lune, in un percorso concluso fra una primavera e la successiva (nel calcolo lunare antico l’anno iniziava a marzo), ecco che ci si dovette adattare al nuovo computo, e la civiltà umana rinunciò ad un modello, ad una divinità simbolica. I segni zodiacali nell’astrologia solare infatti sono 12, e tutti collegati al modo di agire nel mondo, mentre è venuto a mancare l’elemento di congiunzione spirituale… Eliminato il tredicesimo archetipo la stessa cosa avvenne con la scomparsa del quinto elemento (originariamente gli elementi sono cinque: etere, aria, fuoco, acqua e terra), quello più sottile, l’etere, che rappresenta lo spirito. Insomma l’aggiustamento al metro solare e patriarcale escluse sia un archetipo che un elemento dall’esistente. L’elemento mancante sappiamo che è l’etere (però nell’antichissima tradizione indiana esso ancora sussiste) ma qual’è l’archetipo mancante, il 13°…? Qui introduco un discorso psicostorico che mi è stato ispirato dallo studio accurato fatto sugli archetipi degli Arcani dei Tarocchi. Alcune parole sui Tarocchi non guasteranno. Dice Covelluzzo da Viterbo: “Anno 1379; fu recato in Viterbo il gioco delle carte che viene da Seracenia e chiamasi naibi…” Questa è la prima certificazione storica dell’avvento dei Tarocchi in Italia, “nabi o navi” nelle lingue semitiche significa “profeta o indovino” ma sicuramente anche questo sistema divinatorio remotissimo proviene dalla Valle dell’Indo. I Tarocchi completi sono composti da 21 Arcani maggiori + lo 0 (matto) e da 52 carte (arcani minori) suddivise in quattro semi. Ma in questo momento quello che mi interessa evidenziare è l’aspetto dell’Arcano XIII. Questo Arcano non ha nome, la tradizione compie l’errore di attribuirgli in modo arbitrario quello di “Morte”, forse semplicemente perché l’immagine ritratta è quella di uno scheletro che avanzando impugna una falce. Solitamente la morte viene descritta in queste sembianze… ma se andiamo ad analizzare più attentamente scopriamo che – in primis – l’Arcano XIII non ha scritto – come tutti gli altri Arcani – il nome sulla carta, si tratta di un Arcano senza nome. Poi se osserviamo la figura ritratta scopriamo che sulla spina dorsale vi sono evidenziati i punti corrispondenti ad alcuni importanti Chakra, soprattutto quello alla base del coccige, sede tradizionale del Muladhara (Supporto Radice in sanscrito, ed infatti gli viene attribuita la valenza Terra). Il Muladhara, sede della Madre Universale Kundalini, rappresenta la forza creatrice (in chiave femminile) immaginata come l’infinita capacità generante in forma di un serpente arrotolato su se stesso. Quando si risveglia questa energia ecco che il percorso spirituale ha inizio. La verità e l’esperienza diretta dell’unitarietà della materia e dello spirito si fanno strada nella coscienza dell’iniziato. Ancora osservando altri particolari di questa carta scopriamo che vi sono due teste mozzate sul terreno, una femminile e l’altra maschile, contornate da vari organi di locomozione ed azione (mani e piedi) anch’essi recisi. Lo spettro, come dicevamo sopra, avanza lungo un percorso e sembra si faccia strada eliminando i concetti di maschile e femminile e gli organi con cui l’uomo compie le azioni nel mondo, ovvero il senso dell’agire e del considerarsi l’autore degli eventi vissuti. Questa identificazione nella dualità è chiaramente l’ego (io individuale)… e lo spettro, o Spirito, eliminando l’illusione separativa conduce l’anima verso la liberazione. Ed ora vediamo come questo Arcano XIII sia in buona sostanza, l’immagine segretamente trasmutata e conservata del 13° archetipo lunare scomparso… Si tratta dell’archetipo che riporta il tutto al Tutto, a ciò che è sempre stato. Riconduce lo spirito, illuso dalle forme e dalla separazione temporale e spaziale, allo Spirito onnicomprensivo ed eterno… Insomma l’archetipo “mancante” è quello cancellato dalle religioni teiste patriarcali che hanno trasformato la conoscenza dell’Assoluto non duale, in conoscenza del bene e del male, in forma di un serpente tentatore che allontana l’uomo da Dio… Mentre è esattamente il contrario… ovvero è l’esclusione della coscienza spirituale spontanea e naturale dell’uomo (e l’immissione nella cultura e nella psiche umana di concetti religiosi basati sulla “descrizione” storica di una creazione lineare compiuta da un Dio separato dalla sua stessa creazione e dalle sue creature) che contribuisce alla alienazione dell’io individuale dal Tutto. Insomma il XIII archetipo mancante è la capacità di Trasformazione dalla vita alla morte e dalla morte alla vita… (come specificatamente ricordato anche nella teoria della Spiritualità Laica). Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
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Spiritual News
Per oltre due decenni, la psicologia positiva è stata associata all’idea di miglioramento individuale: coltivare emozioni positive, rafforzare la resilienza, aumentare la soddisfazione personale. Un approccio che ha avuto un impatto significativo, ma che oggi mostra i suoi limiti. Un numero crescente di ricercatori sta infatti ridefinendo i confini di questa disciplina, spostando l’attenzione dal singolo individuo a una visione più ampia e interconnessa dell’essere umano. Negli ambienti accademici e clinici si sta affermando una nuova prospettiva: il benessere non può più essere considerato un fenomeno isolato, né ridotto a uno stato interno misurabile solo attraverso parametri soggettivi. Studi recenti indicano che la qualità della vita di una persona è profondamente influenzata dalle reti relazionali, dal contesto sociale, dal rapporto con l’ambiente e dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande del proprio io. Questa evoluzione nasce anche da una critica interna alla psicologia positiva tradizionale, accusata in alcuni casi di aver promosso una visione eccessivamente individualistica del benessere. Concentrarsi esclusivamente su atteggiamenti mentali positivi, sostengono alcuni studiosi, rischia di ignorare fattori strutturali come disuguaglianze, isolamento sociale e perdita di significato collettivo. Il risultato può essere una forma sottile di pressione psicologica: l’idea che, se non si sta bene, la responsabilità sia esclusivamente personale. Il nuovo orientamento, spesso definito come psicologia positiva di seconda generazione, introduce concetti come interdipendenza, vulnerabilità condivisa e benessere relazionale. In questa visione, le emozioni difficili non vengono negate o corrette, ma integrate come parte naturale dell’esperienza umana. La crescita personale non è più vista come un percorso lineare verso la felicità, bensì come un processo dinamico che include crisi, conflitti e trasformazioni. Un elemento centrale di questo cambio di paradigma è il riconoscimento che il senso di significato nasce spesso dal contributo, non solo dalla soddisfazione. Le ricerche mostrano che le persone che percepiscono di avere un impatto positivo sugli altri o sulla comunità riportano livelli più stabili di benessere rispetto a chi concentra l’attenzione esclusivamente sulla propria autorealizzazione. Questo non implica sacrificio o annullamento del sé, ma un riequilibrio tra identità personale e responsabilità condivisa. Anche la pratica clinica sta iniziando a riflettere questa transizione. Sempre più interventi includono il lavoro sulle relazioni, sul senso di appartenenza e sulla connessione con valori che trascendono l’interesse individuale. L’obiettivo non è rendere le persone costantemente positive, ma aiutarle a sviluppare una maggiore capacità di stare nella complessità della vita senza frammentarsi interiormente. Questo cambiamento segna una svolta rilevante: il benessere non è più concepito come un traguardo privato da raggiungere, ma come un equilibrio che emerge dall’interazione continua tra individuo, altri esseri umani e mondo. Una prospettiva che invita a riconsiderare non solo cosa significhi “stare bene”, ma anche quale tipo di società si sta contribuendo a costruire.
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Paolo D'Arpini
L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni. Il momento che, nell’autoconoscenza, l’identità fittizia con l’agente scompare quel che resta è la pura consapevolezza del Sé. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata. A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato. In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di Sé. Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi coinvolti… Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio. Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio. Ed inoltre anche il concetto di “destino” e di azione ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento in cui tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare. La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compreso la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità. Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno. Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora. Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente. E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale . Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà. E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta. Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica P.S. Secondo la mia esperienza il rapporto con un realizzato non ha lo scopo della trasmissione di qualsivoglia dottrina o insegnamento spirituale bensì di percepire il “tocco” o “profumo” della sua realizzazione. Le sue parole sono solo un sotterfugio per trasmettere la sua “grazia” (non c’è altra parola più pertinente ed appropriata)…

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Il nuovo linguaggio del benessere: perché…

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Sta diventando sempre più evidente un cambiamento di fondo nel modo in cui la società occidentale parla di benessere e crescita personale. Non si tratta di una nuova moda, né di un’ennesima tecnica da aggiungere alla lista delle pratiche di auto-miglioramento. È piuttosto una convergenza silenziosa tra ambiti che fino a poco tempo fa venivano trattati separatamente: salute mentale, creatività e qualità della vita quotidiana. Le analisi pubblicate tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno mostrano come stia emergendo una visione più ampia del benessere, in cui l’esperienza artistica e creativa non è più considerata un lusso culturale o un passatempo, ma un fattore strutturale di equilibrio psicologico. Sempre più studi e osservazioni sul campo indicano che pratiche come il canto, la scrittura, la danza, la musica e il lavoro manuale creativo producono effetti misurabili sulla regolazione emotiva, sulla resilienza allo stress e sulla percezione di senso personale. Ciò che rende questo fenomeno rilevante è il contesto in cui si inserisce. Dopo anni in cui il benessere è stato raccontato come performance individuale — ottimizzare il corpo, allenare la mente, migliorare la produttività — sta emergendo una stanchezza diffusa verso l’idea di “funzionare meglio”. Al suo posto si affaccia una domanda diversa: come vivere in modo più abitabile, umano e sostenibile, anche interiormente. In questo scenario, la creatività assume un ruolo nuovo. Non viene più proposta come strumento per “esprimere sé stessi” in senso narcisistico, ma come pratica concreta di riorganizzazione interna. Creare qualcosa — senza obiettivi di risultato, senza pubblico, senza giudizio — permette alla mente di uscire dai circuiti abituali di controllo e anticipazione. È proprio questa sospensione che sembra favorire un miglior equilibrio del sistema nervoso e una riduzione del carico mentale cronico che molte persone riportano. Un aspetto interessante è che questo tipo di approccio viene adottato anche in contesti non spirituali. Ambiti come la sanità, l’educazione e il welfare stanno iniziando a considerare l’esperienza creativa come supporto reale alla salute mentale, non come semplice attività collaterale. Questo spostamento segnala una trasformazione culturale più profonda: il benessere non viene più ridotto a sintomi da eliminare, ma inteso come qualità dell’esperienza vissuta. Dal punto di vista della crescita personale, questa convergenza mette in discussione molte certezze consolidate. Se la salute mentale non migliora solo correggendo pensieri o comportamenti, ma anche modificando il modo in cui una persona entra in relazione con il tempo, il corpo e l’esperienza sensoriale, allora l’idea stessa di lavoro su di sé cambia radicalmente. Crescere non significa più aggiungere competenze, ma creare spazi di presenza in cui la mente non sia costantemente orientata allo scopo. Questa prospettiva appare ancora fragile e in costruzione. Non esistono formule universali, né modelli definitivi. Ma il segnale è chiaro: la crescita personale sta lentamente spostandosi da una logica di controllo a una logica di integrazione. La creatività, in questo contesto, non è evasione, ma una forma di realismo profondo — un modo per tornare a contatto con ciò che rende la vita mentalmente e emotivamente abitabile.
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Fermare il collasso

Paolo D'Arpini
I mondi virtuali dell’uomo sono molteplici ma tutti nel pensiero, uno solo è reale: questa Terra. Se non siamo in grado di conservare la nostra vita onorevolmente sulla Terra come potremo sperare la salvezza emigrando su altri pianeti? Come potremo sperare di essere accolti nel consesso della vita universale extraterrestre se non siamo stati in grado nemmeno di mantenere la vita sul nostro piccolo pianeta? Con ciò ritengo che l’esperimento della nostra sopravvivenza deve potersi avverare qui dove siamo… Inutile sperare in colonie sulla Luna, su Marte o su Venere.. inutile cercare l’acqua su quei mondi desolati se qui -dove ce ne è tanta- non siamo in grado di mantenerla pulita. Eppure già ci furono diversi scienziati e spiritualisti illuminati che sin dagli albori della società dei consumi avvertivano l’uomo del rischio di uscir fuori dai binari dell’equilibrio scienza/vita. Oggi il treno umano sta deragliando con scintillio di schegge impazzite: OGM, avvelenamento chimico metodico della terra e dell’acqua, energia atomica sporca, deperimento sociale e morale, urbanizzazione selvaggia, distruzione delle risorse accumulate in millenni dalla natura, etc. L’uomo nel corso della sua breve storia ha enormemente trasformato la faccia della Terra, perché egli può deliberatamente modificare quasi tutto quel che costituisce il suo ambiente naturale e controllare quel che cresce e vive in esso. La trama della vita è però tanto delicata e tanto legati sono tra loro il clima, il terreno, le piante e gli animali, che se una componente di questo complesso viene violentemente modificata, se alcuni fili vengono tagliati all’improvviso, l’intero complesso subisce una modificazione. Questo è il significato intrinseco del Bioregionalismo e dell’Ecologia Profonda. Per centinaia di anni -e soprattutto nell’ultimo secolo- l’uomo è stato la causa di deturpazioni, stermini ed alterazioni profonde… e questo malgrado la sua contemporanea capacità di creare abbellimento ed armonia. Il potere intellettivo che consente all’uomo di progettare e costruire è lo stesso che gli consente di distruggere. Con l’aumento smisurato della popolazione umana la capacità di procurare danni materiali come pure l’affinamento del pensiero e della riflessione sono cresciuti esponenzialmente. Purtroppo questa nostra Terra non è un Paese di Bengodi od un corno dell’eterna abbondanza… le risorse del pianeta, pazientemente accumulate e risparmiate nel suo ventre, sono ora in fase di esaurimento. La biodiversità e la purezza del genoma vitale sono sempre più a rischio… molte specie animali resistono solo negli zoo o nei giardini botanici. In tutto il mondo moderno ogni nuova impresa economica e scientifica viene seguita da peste e malanni, lo sviluppo continuo equivale al consumo accelerato dei beni, nella incapacità di recupero ambientale e ripristino da parte della natura. Occorre da subito e con la massima serietà e determinazione fermare la caduta, preservando le risorse residue e quel che rimane della vita selvatica, non solo per il mantenimento della bellezza naturalistica ma soprattutto perché l’armonia complessiva, cioè la reale sopravvivenza della comunità dei viventi (e dell’uomo stesso) dipende da quelle componenti. Il futuro dell’umanità, infatti, non sta nella sua colonizzazione di altri pianeti del sistema solare bensì nella sua abilità di conservare la vita sul pianeta Terra. Per questa ragione la biologia, l’ecologia profonda, la spiritualità della natura sono aspetti essenziali del nuovo paradigma coscienziale. Uno dei più grandi misteri vitali, che abbiamo il dovere di affrontare e risolvere, è quello relativo alla nostra vera natura. Ma le religioni e la scienza non saranno mai in grado di darci una risposta se non cominciamo a cercarla direttamente in noi ed attorno a noi. Altrimenti non saremo in grado di uscire dal meccanismo ripetitivo delle guerre, dello sfruttamento insensibile, dei conflitti razziali e interspecisti. Umanità non è solo simbolizzata da questi bipedi antropomorfi e non è solo un agglomerato organico definito “corpo”. Possiamo dire che Umanità è la capacità di riconoscersi con tutto ciò che vive e pulsa energeticamente dentro e fuori di noi. La Terra è la nostra casa, l’abbiamo avuta in eredità da un lento e laborioso processo globale della vita, ma siamo sicuri di poterla lasciare a nostra volta alle generazioni future nella stessa integrità e opulenza nella quale noi l’abbiamo ricevuta? La dignità umana si gioca anche in questo, accettiamo dunque la sfida posta alla nostra intelligenza. L’evoluzione ha una direzione univoca: la crescita della Coscienza. Restiamo in essa! Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana


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