dom, 16 giugno 2024

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Notizie
Photo: Workout
Lasciarsi andare a qualche bicchiere di troppo non è la sola cosa che ci può far sentire nauseati ed esausti. Anche l’esercizio fisico può dare le stesse sensazioni, il classico “hangover” del giorno dopo un’ubriacatura. E colpisce il 50% delle persone che frequentano le palestre. Secondo il medico americano e consigliere sanitario Clare Morrison, “All’inizio l’esercizio intenso fa deviare il flusso sanguigno via dal sistema digestivo e verso i muscoli, il cuore e i polmoni. Se si mangia abbondantemente prima di muoversi, il cibo non verrà digerito bene e potrebbe provocare nausea, vomito e diarrea. Inoltre il movimento utilizza il glucosio e i depositi di glicogeni, cosa che può portare a nausea, mal di testa e tremore”. Col sudore si perdono sali e liquidi, non è quindi sorprendente che ci si senta un po’ spaesati dopo un workout intensivo. Per evitare tutto ciò basta scaldarsi per alcuni minuti prima, e consentire un cool-down cardiaco graduale alla fine a bassa intensità, per minimizzare l’acidità muscolare del giorno dopo. Meglio potare per un pasto leggero o uno snack prima, lasciando da una a tre ore di tempo all’organismo per digerire il cibo. Questo previene la nausea. Dopo l’esercizio, è bene rimpiazzare i liquidi e il sale dispersi, ed è saggio astenersi dall’alcol, che ha la capacità di rimuovere i sali dal corpo disidratandolo ulteriormente.
Pubblicazioni e Saggi
Ester Patricia Ceresa
La faccia, che ci piaccia o meno, la dice lunga e la dice tutta. E quello che dice, ce lo rivela la Morfofisiognomica. Vita, morte e miracoli della persona sono stampati sul suo volto proprio come provenienza, caratteristiche e ingredienti sulle confezioni dei cibi. Lo stesso vale per lo stato di conservazione, la data di confezionamento e di possibile scadenza. Il viso è come un’etichetta che contiene tutte queste informazioni in forma non verbale e non scritta. Si tratta di una portentosa comunicazione indiretta, direbbero gli esperti di comunicazione. Il volto parla un linguaggio muto di magnifica eloquenza. Quando ci si “mette la faccia” la questione si profila seria, così come si preannuncia intrigante quando si ha “una faccia da schiaffi”. Un tipo “sfacciato” viene anche definito dalla “faccia tosta”, di un tipo ombroso si dice che abbia la “faccia scura”. Il volto umano è in primis un’opera d’arte da ammirare. Lo scopo della Morfofisiognomica è capire. Andare al di là del giudizio e avvicinarsi con lo spirito di chi sta per ammirare un’opera d’arte della Natura. Il fine è quello di individuare le caratteristiche di una persona, che in quanto tali sono neutre. Quindi non esiste un carattere positivo e negativo in assoluto. Come un manuale di istruzioni, questo sistema ti dice a cosa serve e cosa sa fare la persona, le sue componenti e funzioni peculiari, senza giudizio. Avvertenze preliminari alla lettura del volto L’idea è quella di avvicinarsi agli altri come quando eravamo in fasce: lungi da noi l’intenzione di giudicare (anche perché ancora ci mancava la maggior parte degli strumenti per farlo), noi eravamo curiosi, “studiavamo” il soggetto, volevamo capire prima di tutto chi avevamo di fronte. Per quanto investigativo e mirato all’analisi sia il lavoro del professionista, questo include la conservazione di neutralità e curiosità, oltre al necessario esame degli elementi al vaglio, perché uno dei segreti della riuscita nell’ars morfofisiognomica consiste proprio nel mantenere integra una sana attitudine di apertura che permette di stare alla larga dalla tentazione dei giudizi e dalla trappola dei modelli schematici. L’esperto morfofisionomista custodisce la saggia consapevolezza che il volto che sta vagliando è un unicum che non rivedrà mai più da nessuna parte, un pezzo unico e raro del genere umano; al massimo potrebbe rilevare una forte somiglianza facendo un confronto con altri soggetti. Ragionare in termini specifici e contestuali libera dai tentacoli della generalizzazione che tanto ha danneggiato la disciplina classica della Fisiognomica, allontana la trappola dell’autocelebrazione saccente e lascia posto allo stupore. Da dove cominciare a studiare un viso? Lo studio e l’analisi di un viso coinvolge sia la parte frontale che quella laterale nei diversi elementi che la compongono. Se non fosse possibile visionare le foto del soggetto posto di fronte e di lato (destro e sinistro), si consiglia di procedere come nelle foto segnaletiche e scattare come prima cosa una sorta di istantanea mentale sia della faccia sia del profilo dello stesso. Imparare a leggere un volto vuol dire immaginare di dividerlo in sezioni virtuali, come se fosse una mappa. La migliore procedura da seguire prevede di esaminare in modo sequenziale: 1. SEZIONI – I TRE PIANI DEL VISO per avere indicazioni sula base della personalità –Intellettuale, Materiale o Spirituale) 2. FORMA (per avere indicazioni generiche sul carattere) 3. ELEMENTI DI OGNI SEZIONE come occhi, bocca ecc. (per avere la personalità ovvero gli elementi specifici del carattere)
Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776 un gruppo di uomini presi da “entusiasmo” filosofico e civile, concepirono un diritto mai affermato prima: il diritto alla felicità. “L’uomo ha diritto alla felicità, è una di quelle epigrafi scritte nei cieli, un grido di libertà destinato ad echeggiare per sempre nel concerto universale della storia umana", scrisse un idealista. La cosa fa il paio con l'inneggiare solenne dei rivoluzionari francesi del 1789 che chiedevano "Libertà, uguaglianza e fraternità". Ogni diritto idealmente sancito ha però un senso se può essere esercitato in totale libertà. Eppure Goethe disse “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”. Questa affermazione del massimo filosofo e poeta tedesco dovrebbe farci riflettere sull'assiona "libertà e diritto alla felicità". Tanto per cominciare occorre chiedersi cosa sia la felicità e cosa sia la libertà. Questi due concetti ricorrono spesso nelle filosofia orientali ma assumono significati diversi rispetto a quelli che vengono assegnati dal pensiero razionalistico occidentale. Nelle filosofie orientali la felicità è vista come la conseguenza di un ottenimento o di un godimento prolungato, una soddisfazione mentale, uno stato di benessere comunque legato alla condizione psicofisica. Infatti la vera gioia, priva di attributi o cause, in India è chiamata "ananda". Ananda, come intensità e durata è di molto superiore alla felicità, è lo stato in cui il sé riconosce se stesso in se stesso, non è quindi il risultato di un condizionamento o di un perseguimento ma rappresenta il continuo permanere della coscienza/consapevolezza della propria intima natura. Il termine occidentale più prossimo a questo stato è la "beatitudine", che emerge spontaneamente allorquando si realizza la nostra natura divina. Quindi la felicità, di cui si parla nella dichiarazione d'indipendenza USA, è semplicemente un diritto sociale, l'affermazione a poter perseguire un appagamento, una condizione benestante, cercando in tutti i modi un soddisfacimento attraverso azioni in accordo con quei legittimi stimoli e desideri che ci contraddistinguono. Questo diritto si pone su un piano leggermente più elevato della ricerca del "piacere" ma rientra sempre nella sfera del perseguibile per mezzo di uno sforzo e con una precisa determinazione mentale. Ma dal punto di vista "spirituale" o dell'auto-conoscenza tale ricerca della felicità può persino essere vista come un impedimento al sorgere della "vera gioia". La felicità è inutile, dipende dall’infelicità, mentre la gioia la trascende, essendo al di là della dualità dell’essere felice o infelice. Dal punto di vista buddista non si parla mai di ricerca della felicità bensì di estinzione della sofferenza. Ovvero l'attenzione è rivolta verso la cancellazione della struttura mentale (ego) che è causa della sofferenza umana. Nella formulazione delle Quattro nobili verità è detto: «Oh monaci, il Tathāgatha, il Venerabile, il Perfettamente risvegliato, ha messo in moto l'incomparabile ruota della Legge, cioè l'annunciazione, l'esposizione, la dichiarazione, la manifestazione, la determinazione, la chiarificazione, l'esposizione dettagliata delle Quattro nobili verità. E di quali quattro? Della nobile verità del dolore, della nobile verità dell'origine del dolore, della nobile verità della cessazione del dolore, della nobile verità della via che porta alla cessazione del dolore.» (Buddha Shakyamuni. Saccavibhaṅga Sutta, Majjhima Nikāya). Anche nella visione taoista è detto che "il Tao che può essere annunciato (perseguito), non è il principio che è stato da sempre". Nelle massime sulla condotta pratica di vita di Lao Tzu l'obiettivo principale è quello di ristabilire l'armonia col Principio attraverso un ritorno allo stato originario, a una condizione per così dire primordiale, e attraverso la liberazione della spontaneità e dell'istintività naturali. L'idea di una reintegrazione dell'uomo nell'ordine cosmico del resto non è rimasta circoscritta ai seguaci del taoismo, ma ha improntato tutta la cultura cinese. Idee fondamentali della mistica taoista sono: il ritorno alla spontaneità naturale, l'etica dell'agire non agire, l'unione mistica con il mondo e con il suo ordine immanente. Nonché un complesso di concetti che sono alla base delle tecniche taoiste per la disciplina interiore: la quiete, l'assenza di desiderio, il disinteresse, l'oblio. Solo in un ramo collaterale del Taoismo, quello cinico ed edonista, insegnato da un certo "maestro Lie", si consiglia la soddisfazione dei desideri, in una sorta di "carpe diem", in conseguenza dell'impermanenza della vita. In questo filone traspaiono già le influenze dell'alchimia taoista più tarda, sulla ricerca di una lunga vita in buona salute e sulla capacità di manifestare poteri occulti, un patrimonio narrativo importato dal sistema yoga indiano. Per quanto riguarda poi il concetto di "libertà" il discorso si fa ancora più ingarbugliato poiché dovremmo esaminare i due filoni di pensiero, quello del "libero arbitrio" e quello del "destino". Forse per non confondere troppo le idee del lettore sarà meglio che lasciamo questo argomento ad una successiva disquisizione. Paolo D'Arpini - spiritolaico@gmail.com

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Ricercatrice di tesori spirituali, facilitatrice in percorsi evolutivi. Facilitatrice in Costellazioni Sistemiche, (Familiari, Karmiche,…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Le Patch Olistiche per il Benessere Quotidiano

I network di benessere hanno recentemente evidenziato l'innovazione delle patch olistiche, che promettono di alleviare ansia, crampi o nausea senza l'uso di farmaci. Questi cerotti utilizzano ingredienti botanici e una tecnologia di rilascio transdermico per fornire sollievo immediato e prolungato. Questi prodotti rappresentano un'opzione naturale e non invasiva per coloro che cercano alternative ai medicinali tradizionali, offrendo un metodo efficace per gestire sintomi comuni legati allo stress e al benessere fisico. Le patch olistiche sono facili da usare e possono essere applicate discretamente sulla pelle, rendendole un'aggiunta conveniente alla routine quotidiana di chi cerca soluzioni di benessere naturali e sostenibili​.
Pubblicazioni e Saggi

La naturalezza della “presenza”....

Paolo D'Arpini
La nostra società oggi più che mai è malata di virtualizzazione, non siamo in grado di percepire le esperienze se non in forma proiettiva, con la tendenza ad esagerare a magnificare senza peraltro riuscire a trovare soddisfazione nel "semplice e nel facile", in quello che, secondo i taoisti, è lo stato naturale dell’uomo… Ad esempio Osho si è cimentato nel tentare di riportare l’uomo alla sua spontaneità ed al godimento del momento presente, questo "invito" verso la semplicità di vita è un motivo conduttore di parecchi saggi. Osho ha saputo usare parole vicine alla mente dell’uomo moderno. Egli essendo un "cultore dell’immediato", ci ha mostrato attraverso le vicissitudini e gli alti e bassi della sua vita come riuscire a non perdere la centratura in se stessi, come essere quel che si è senza aggiustarsi indebitamente alle richieste della cultura omologata, che è in grado di prosciugare ogni "centratura nella sorgente". "L’uomo ha un centro, ma ne vive fuori – fuori del centro!" Affermava Osho, aggiungendo che questo atteggiamento crea una tensione interna, un tumulto costante, un’angoscia. La pazzia è la conseguenza diretta dell’uscire fuori in modo permanente dalla centratura in se stessi, ma vi sono stadi intermedi all’alienazione, ad esempio la distrazione, l’astrazione, la noia, la mancanza di empatia, etc. Certo nella mente umana esistono anche momenti di gioia estatica ma è troppo facile uscirne, succede appena cerchiamo di rincorrere quella gioia, di farla nostra appropriandocene (rendendola così estranea a noi). Un essere umano "naturale" è solo colui che non rincorre gli stati mentali, che non si abbandona alla rabbia e non cerca la beatitudine. Egli non si allontana da una attenta presenza nel vissuto, non in meri termini fisici ovviamente. Potremmo dire che un "uomo naturale" è un uomo assente agli estremi… Nella sua spontaneità priva di ogni opposizione il "realizzato" è completamente rilassato, nella sua consapevolezza non c’è tensione, non c’è sforzo, non c’è desiderio. In una parola non c’è "proiezione" e quindi nemmeno divenire. Ma questo non significa che l’uomo "naturale" non mangi, non beva o non soddisfi le esigenze che debbono essere soddisfatte come fa ogni altro essere vivente. Mangerà, dormirà… ma questi non sono desideri. Non mangerà domani, mangerà oggi! In un certo senso lo stato di naturalezza è simile all’innamoramento, in cui si vive sospesi: il passato non esiste più e non si aspetta nemmeno il futuro. Ci si muove nel presente, incapaci di avere aspettative, ci si muove nel qui ed ora senza alcuna considerazione delle conseguenze. Infatti i saggi e gli innamorati sono considerati "ciechi" dagli uomini di mondo che calcolano ogni cosa, sono invece visti come veggenti da coloro che non calcolano. Nel momento del grande amore il passato ed il futuro scompaiono. Una volta qualcuno chiese a Gesù. "Cosa succederà nel tuo Regno di Dio?" ed egli rispose come un vero maestro Zen: "Non ci sarà più tempo!. .. Non ci sarà più tempo perché il "regno di Dio" è eterno, è sempre qui..". Mirabai, una principessa indiana, si era innamorata di Krishna ma il Krishna fisico non c’era più da migliaia di anni, eppure lei cantava e danzava davanti a lui. Il marito di Mira era molto geloso di questo amore e le chiese "Sei impazzita? Chi è che ami, con chi conversi? Ed io sono qui e tu mi hai completamente dimenticato". E Mira rispose: "Krishna è qui ma tu non lo sei… Krishna è eterno, tu vivi fra due momenti di passato e futuro,che in verità non esistono, come potrei quindi credere che tu sei esistente?". Nell’amore totale l’io non esiste, esiste solo l’amore. Mentre si accarezza l’amante o l’amata si diventa la carezza. Mentre si bacia non si è colei che viene baciata o colui che bacia, si è semplicemente il bacio. In questa assenza dell’io si manifesta la pienezza della presenza… ed è per questo che l’amore è definito la natura vera di Dio. Diceva Shiva alla sua adorata sposa Parvati: "Mentre vieni accarezzata, dolce principessa, penetra il carezzare come vita eterna. Chiudi le porte dei sensi quando senti il solleticamento di una formica. Allora. Quando sei sdraiata su un letto od assisa lasciati andare priva di peso, al di là della mente.." a nostra società oggi più che mai è malata di virtualizzazione, non siamo in grado di percepire le esperienze se non in forma proiettiva, con la tendenza ad esagerare a magnificare senza peraltro riuscire a trovare soddisfazione nel "semplice e nel facile", in quello che, secondo i taoisti, è lo stato naturale dell’uomo… Ad esempio Osho si è cimentato nel tentare di riportare l’uomo alla sua spontaneità ed al godimento del momento presente, questo "invito" verso la semplicità di vita è un motivo conduttore di parecchi saggi. Osho ha saputo usare parole vicine alla mente dell’uomo moderno. Egli essendo un "cultore dell’immediato", ci ha mostrato attraverso le vicissitudini e gli alti e bassi della sua vita come riuscire a non perdere la centratura in se stessi, come essere quel che si è senza aggiustarsi indebitamente alle richieste della cultura omologata, che è in grado di prosciugare ogni "centratura nella sorgente". "L’uomo ha un centro, ma ne vive fuori – fuori del centro!" Affermava Osho, aggiungendo che questo atteggiamento crea una tensione interna, un tumulto costante, un’angoscia. La pazzia è la conseguenza diretta dell’uscire fuori in modo permanente dalla centratura in se stessi, ma vi sono stadi intermedi all’alienazione, ad esempio la distrazione, l’astrazione, la noia, la mancanza di empatia, etc. Certo nella mente umana esistono anche momenti di gioia estatica ma è troppo facile uscirne, succede appena cerchiamo di rincorrere quella gioia, di farla nostra appropriandocene (rendendola così estranea a noi). Un essere umano "naturale" è solo colui che non rincorre gli stati mentali, che non si abbandona alla rabbia e non cerca la beatitudine. Egli non si allontana da una attenta presenza nel vissuto, non in meri termini fisici ovviamente. Potremmo dire che un "uomo naturale" è un uomo assente agli estremi… Nella sua spontaneità priva di ogni opposizione il "realizzato" è completamente rilassato, nella sua consapevolezza non c’è tensione, non c’è sforzo, non c’è desiderio. In una parola non c’è "proiezione" e quindi nemmeno divenire. Ma questo non significa che l’uomo "naturale" non mangi, non beva o non soddisfi le esigenze che debbono essere soddisfatte come fa ogni altro essere vivente. Mangerà, dormirà… ma questi non sono desideri. Non mangerà domani, mangerà oggi! In un certo senso lo stato di naturalezza è simile all’innamoramento, in cui si vive sospesi: il passato non esiste più e non si aspetta nemmeno il futuro. Ci si muove nel presente, incapaci di avere aspettative, ci si muove nel qui ed ora senza alcuna considerazione delle conseguenze. Infatti i saggi e gli innamorati sono considerati "ciechi" dagli uomini di mondo che calcolano ogni cosa, sono invece visti come veggenti da coloro che non calcolano. Nel momento del grande amore il passato ed il futuro scompaiono. Una volta qualcuno chiese a Gesù. "Cosa succederà nel tuo Regno di Dio?" ed egli rispose come un vero maestro Zen: "Non ci sarà più tempo!. .. Non ci sarà più tempo perché il "regno di Dio" è eterno, è sempre qui..". Mirabai, una principessa indiana, si era innamorata di Krishna ma il Krishna fisico non c’era più da migliaia di anni, eppure lei cantava e danzava davanti a lui. Il marito di Mira era molto geloso di questo amore e le chiese "Sei impazzita? Chi è che ami, con chi conversi? Ed io sono qui e tu mi hai completamente dimenticato". E Mira rispose: "Krishna è qui ma tu non lo sei… Krishna è eterno, tu vivi fra due momenti di passato e futuro,che in verità non esistono, come potrei quindi credere che tu sei esistente?". Nell’amore totale l’io non esiste, esiste solo l’amore. Mentre si accarezza l’amante o l’amata si diventa la carezza. Mentre si bacia non si è colei che viene baciata o colui che bacia, si è semplicemente il bacio. In questa assenza dell’io si manifesta la pienezza della presenza… ed è per questo che l’amore è definito la natura vera di Dio. Diceva Shiva alla sua adorata sposa Parvati: "Mentre vieni accarezzata, dolce principessa, penetra il carezzare come vita eterna. Chiudi le porte dei sensi quando senti il solleticamento di una formica. Allora. Quando sei sdraiata su un letto od assisa lasciati andare priva di peso, al di là della mente.." Paolo D'Arpini - spiritolaico@gmail.com


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