sab, 03 gennaio 2026

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Pubblicazioni e Saggi
Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana
L‘indecisione deve tramutarsi in coraggio con un cambio di abitudini e allontanamento sulla sudditanza al sistema. Si chiama “sopravvivenza bruta”. Cioè bisogna essere pronti a rinunciare ad appoggiarsi a questa società consumista. All’inizio sarà una ribellione di “cantina” ovvero basata solo sul non incremento della nostra adesione al sistema… poi pian piano sarà necessario uno scollamento definitivo e non so se questo potrà avvenire a livello globale, ed in condizioni pacifiche, ma sicuramente deve avvenire a livello personale. Intanto si può partire da piccole cose, interrompendo gli acquisti di qualsiasi bene innecessario, oggetti, macchine, vizi, etc. e limitarsi agli alimenti e generi di sopravvivenza. Nel frattempo tentando di incrementare l’indipendenza alimentare attraverso piccoli orti, raccolta erbe selvatiche, scelta vegetariana, etc. Non so ancora per quanto avremo modo di continuare ad usare internet, forse bisognerà tornare alla posta cartacea oppure alla telepatia… E in verità la telepatia esiste già… perché il pensiero ha la stessa matrice per tutti. Ne ebbi esperienza in momenti di totale apertura… e so che è vero! Occorre da subito e con la massima serietà e determinazione fermare la caduta, preservando le risorse residue e quel che rimane della vita selvatica, non solo per il mantenimento della bellezza naturalistica ma soprattutto perché l’armonia complessiva, cioè la reale sopravvivenza della comunità dei viventi (e dell’uomo stesso) dipende da quelle componenti. Il futuro dell’umanità, infatti, sta nella sua abilità di conservare la vita sul pianeta Terra. Sopravvivere è già una bella scommessa! Paolo D’Arpini
Pubblicazioni e Saggi
Vincenzo Primitivo, Monica Vadi
La colonna vertebrale rivela moltissime informazioni su un individuo e sulla sua salute. Essa riveste un ruolo centrale nel sostegno del corpo e può essere paragonata alla struttura portante di una casa. Dal midollo spinale fuoriescono dei nervi che trasportano informazioni agli organi di periferia, ricevendone altrettante in cambio. Un dolore, come qualsiasi altra problematica specifica, può avere la sua origine in una determinata vertebra e viceversa e può essere letto in chiave simbolica. Le articolazioni, invece, mettono in connessione le ossa del nostro corpo, facendo da ponti all'interno del sistema scheletrico, per permetterne i movimenti funzionali. Come ogni altra parte del corpo, anche le articolazioni hanno una storia e informazioni intrinseche da raccontare. Conoscere il significato simbolico di vertebre e articolazioni aiuta a risalire ai blocchi profondi che stanno alla base di un dolore, permette di individuare la natura del conflitto biologico che sta affliggendo un individuo e di intervenire con una terapia quanto più mirata possibile. L'input di regolazione biofisica inviato con la Cromopuntura non solo aiuta a liberare dal dolore: permette anche di integrare i significati simbolici che si celano dietro al sintomo, sciogliendo i blocchi associati e riportando l'individuo sul suo percorso di vita.
Notizie
Spiritual News
Dicembre non è solo il mese delle feste. È il periodo dell’anno in cui la mente, più che in altri momenti, torna a interrogarsi su ciò che chiamiamo “casa”: non solo un luogo fisico, ma una sensazione di appartenenza, sicurezza e riconoscimento. Le più recenti analisi in ambito psicologico e neuroscientifico confermano che il Natale agisce come un potente attivatore di memoria emotiva, capace di riportare alla superficie vissuti profondi legati all’infanzia, alle relazioni primarie e al senso di identità personale. Secondo studi recenti citati da centri di ricerca clinica europei e nordamericani, durante il periodo natalizio si registra un aumento significativo dell’attività nelle aree cerebrali legate alla memoria autobiografica e all’elaborazione emotiva, in particolare nell’ippocampo e nell’amigdala. Non si tratta di un fenomeno casuale: rituali, luci, odori, musiche e simboli ripetuti nel tempo funzionano come “chiavi neurologiche” che aprono archivi interiori spesso trascurati nel resto dell’anno. Questo meccanismo spiega perché il Natale venga vissuto in modo così polarizzato. Per alcuni è un tempo di calore e connessione, per altri diventa un periodo di inquietudine, malinconia o senso di vuoto. La differenza non risiede negli eventi esterni, ma nella qualità dei ricordi e delle esperienze affettive che vengono riattivate. La mente, in questo periodo, non cerca intrattenimento: cerca coerenza. I neuroscienziati parlano di regressione emotiva funzionale: un ritorno temporaneo a stati interiori più antichi, non come segno di debolezza, ma come tentativo naturale del sistema nervoso di riorganizzare il senso di sé. È un processo che può risultare destabilizzante se non viene compreso, ma che rappresenta anche un’opportunità rara di crescita personale. Quando la mente rievoca ciò che è stato, non lo fa per nostalgia fine a sé stessa, ma per verificare se ciò che siamo oggi è allineato con ciò di cui avevamo bisogno allora. In questo senso, il Natale diventa uno specchio. Non riflette ciò che mostriamo all’esterno, ma ciò che resta irrisolto all’interno. Le dinamiche familiari, le aspettative, i ruoli mai davvero superati riemergono non per essere giudicati, ma per essere riconosciuti. La difficoltà nasce quando cerchiamo di anestetizzare questo processo con un eccesso di attività, consumo o socialità forzata. Ma i dati clinici mostrano che evitare il confronto con queste riattivazioni interiori aumenta, anziché ridurre, il disagio emotivo. Gli psicologi sottolineano che una delle risposte più sane a questo richiamo interiore è la capacità di stare nell’esperienza senza interpretarla immediatamente come un problema. Sentirsi fragili, nostalgici o inquieti durante le feste non è un’anomalia: è un segnale di profondità. È il linguaggio con cui la psiche comunica che qualcosa chiede ascolto. Sempre più professionisti della salute mentale suggeriscono di considerare il periodo natalizio come una soglia simbolica, più che come una celebrazione obbligatoria. Una soglia tra ciò che è stato e ciò che sta diventando. In questa prospettiva, piccoli gesti di consapevolezza – come ridurre gli stimoli superflui, concedersi momenti di silenzio, osservare le proprie reazioni emotive senza giudizio – diventano strumenti concreti di crescita interiore. Il punto chiave non è “sentirsi meglio”, ma sentirsi veri. Il Natale amplifica ciò che già esiste: se c’è disallineamento tra vita esterna e mondo interiore, lo rende evidente. Se invece c’è autenticità, la rafforza. Per questo molte persone riferiscono che le feste non cambiano ciò che sono, ma lo rendono impossibile da ignorare. In un’epoca che spinge costantemente verso la distrazione e la performance emotiva, il valore più radicale del Natale potrebbe essere proprio questo: costringerci, con gentilezza o con disagio, a tornare a casa dentro di noi. Non per idealizzare il passato, ma per integrare ciò che siamo stati in ciò che scegliamo di diventare.

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Sin da bambina ho sempre avuto intuizioni, presentimenti, ma soprattutto ho sempre avuto contatti con persone trapassate,inoltre, durante i…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Tiziano Bussolotto ideatore della tecnica Athos Operatore Olistico Trainer SIAF ITALIA n. LO791T-OP Professionista disciplinato ai sensi…
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Scuola Professionale di Tantra e Discipline Indiane. La International Academy of Tantric Arts è una scuola che da molti anni dedica la…
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Nirava Dainotto, esploratrice e guida nel mondo dell’energia e della salute naturale. All’anagrafe Tiziana Dainotto. L’altro nome sacro è…
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Docente di cristalloterapia eterica presso il Centro Studi Pranici fonde la spiritualità con la tecnologia intelligente per rendere l’uomo…
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Regalo di Natale anticipato. L'io e la sofferenza

Giulia Jordan
Un estratto del capitolo 20 del libro: Attraverso lei Storia di Yashodara la moglie di Siddharta … Poi ho cominciato a cercare chi è che soffre. E quando l’ho fatto, ho scoperto qualcosa di sorprendente: la sofferenza appartiene all’Io, quella parte di noi che crede di essere il soggetto di tutte le esperienze, compresa la sofferenza. Così ho cercato questo Io. E cosa ho trovato? L’Io è solo un pensiero, magari più durevole degli altri, ma sempre e solo un pensiero associato a una sensazione di tensione nel corpo. I pensieri, ho compreso, arrivano già formulati - siamo pensati, così come siamo respirati - come le emozioni e le sensazioni appaiono, ma il pensiero Io se ne appropria come fosse lui il creatore e proprietario di ciò che appare nella percezione. L’Io, l’ego, crede di essere il soggetto, mentre di fatto, è un oggetto, uno strumento. È un esecutore, insieme con il corpo. Perciò, l’Io che credevo di essere, non esiste come entità. Esiste il pensiero della sofferenza, esistono le sensazioni connesse. C’è la sofferenza, sì, non si può negare — ma non qualcuno che soffre. Poi ho osservato: i pensieri, le sensazioni, le immagini, i suoni… Appaiono, restano un po’ e poi scompaiono. Non sono permanenti, anche se si ripresentano spesso. E allora: che cosa c’è di permanente? Qualcosa che permette a tutto questo di apparire. Qualcosa che osserva. Che testimonia. Che conosce. E che non è mai influenzato dai pensieri di sofferenza o da altri. È quel centro, quella Presenza è consapevole. Non sceglie nulla. Non rifiuta nulla. Non cambia nulla. Abbraccia tutto. La sofferenza, come ogni esperienza, è come una nuvola. Appare nel cielo, resta un poco, poi si dissolve. Ma il cielo è sempre lì. È grazie al cielo che possiamo vedere le nuvole. E il sole. E la luna E le stelle. Questo cielo è per noi la sensazione di esistere. È la Consapevolezza stessa. È la Vita che siamo. E allora, se noi siamo questa Vita sempre presente… che cosa c’è da raggiungere? Che cosa c’è da ritrovare? L’abbiamo mai veramente persa? Di quanto tempo abbiamo bisogno per riottenerla? Abbiamo bisogno di fare sforzi? Di pratiche? Abbiamo bisogno di tempo o di spazio, di eventi particolari… per essere Ciò che siamo già?»
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Il dono che dà senso: perché a Natale cresce il…

Spiritual News
Nel Natale 2025 il gesto del dono sta cambiando significato. Sempre meno persone sembrano interessate all’accumulo di oggetti e sempre più attente all’impatto reale delle proprie scelte. Non si tratta solo di beneficenza, ma di una trasformazione più profonda del modo in cui la generosità viene vissuta, raccontata e praticata. I dati più recenti sul comportamento prosociale indicano che il periodo natalizio rimane il momento dell’anno in cui il desiderio di contribuire al benessere altrui raggiunge il picco massimo. Tuttavia, rispetto al passato, emerge una differenza sostanziale: cresce la richiesta di trasparenza, concretezza e senso. Le persone vogliono sapere dove va il loro contributo, quale cambiamento produce e come si inserisce in una storia più ampia. Questo mutamento è evidente nelle campagne di donazione più efficaci del 2025. Le organizzazioni che mostrano risultati misurabili, raccontano storie verificabili e coinvolgono attivamente i donatori registrano livelli più alti di partecipazione e fidelizzazione. Il dono non è più percepito come un atto episodico, ma come un’estensione dell’identità personale e dei valori individuali. Anche sul piano psicologico il fenomeno è significativo. Numerosi studi sul cosiddetto “prosocial spending” confermano che spendere tempo o risorse per gli altri aumenta il benessere soggettivo, ma solo quando il gesto è volontario, scelto consapevolmente e percepito come efficace. In altre parole, la generosità funziona quando non è automatica né imposta dal contesto sociale, ma nasce da una decisione intenzionale. Nel contesto natalizio questo si traduce in nuove pratiche. Sempre più famiglie scelgono di sostituire parte dei regali tradizionali con donazioni condivise, esperienze solidali o attività di volontariato breve. Alcuni genitori coinvolgono i figli nella scelta delle cause da sostenere, trasformando il dono in un momento educativo. In questo modo, la festa diventa anche un’occasione per trasmettere valori legati alla responsabilità e all’interdipendenza. Il cambiamento riguarda anche il linguaggio. La narrazione della generosità si allontana dalla retorica dell’emergenza per concentrarsi sulla continuità: non “salvare” qualcuno, ma contribuire a un processo. Questo approccio riduce il rischio di un altruismo emotivo e temporaneo, tipico delle festività, e favorisce una partecipazione più stabile nel tempo. Non mancano le criticità. In un contesto economico segnato da incertezza e aumento del costo della vita, molte persone si sentono escluse dal discorso sulla donazione. Per questo motivo, le iniziative più inclusive del Natale 2025 ampliano il concetto stesso di dono: non solo denaro, ma tempo, competenze, ascolto. Anche piccoli gesti strutturati — come aiutare un vicino, partecipare a reti locali di supporto o offrire competenze professionali — vengono riconosciuti come forme autentiche di generosità. Il Natale, in questa prospettiva, recupera una dimensione spirituale spesso oscurata dal consumo. Il dono torna a essere un atto relazionale, capace di creare legami e di restituire senso, sia a chi riceve sia a chi offre. Non è la quantità a fare la differenza, ma la qualità dell’intenzione e la chiarezza dell’impatto.


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