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Spiritual News
Se esistesse un farmaco in grado di prevenire le malattie croniche, potenziare le difese immunitarie, rallentare il declino cognitivo e allungare l’aspettativa di vita di quasi un decennio, sarebbe considerato la scoperta scientifica più importante del secolo. Le case farmaceutiche investirebbero miliardi nella sua distribuzione e i governi lo renderebbero obbligatorio. Eppure, questa risorsa straordinaria non si trova in una capsula, ma nella trama invisibile delle nostre interazioni quotidiane. Si chiama capitale sociale, ed è il pilastro su cui poggia la più lunga ricerca mai condotta sulla salute umana: l’Harvard Study of Adult Development. Da oltre ottant’anni, gli scienziati di Boston monitorano la vita di centinaia di individui e delle loro famiglie, giungendo a una conclusione che scuote le fondamenta della medicina tradizionale: il segreto della longevità non risiede esclusivamente nella dieta o nel fitness, ma nella qualità delle nostre relazioni. Robert Waldinger, attuale direttore dello studio e psichiatra di fama mondiale, è categorico nell'affermare che la solitudine uccide quanto il fumo o l’alcolismo. Non è una metafora poetica, ma un dato biochimico. Le analisi condotte su decenni di dati dimostrano che le persone che godono di legami sociali solidi mostrano livelli di infiammazione sistemica significativamente più bassi. Al contrario, l’isolamento sociale attiva nel corpo una risposta di stress permanente, mantenendo il sistema nervoso in uno stato di allerta costante. Questo "allarme biologico" innesca una produzione eccessiva di cortisolo, l'ormone dello stress, che agisce come un acido corrosivo sulle arterie e sulle connessioni neuronali. In termini di spiritualità laica, potremmo dire che l’altro non è solo uno specchio della nostra anima, ma il custode della nostra biologia. Spesso, nella nostra ricerca ossessiva della crescita personale, ci concentriamo sull' "io": la mia meditazione, la mia dieta, il mio successo. Tuttavia, la scienza della longevità ci suggerisce che l’evoluzione individuale è incompleta senza l’apertura al "noi". Le relazioni agiscono come regolatori emotivi naturali. Quando affrontiamo un trauma o una giornata difficile, il semplice fatto di poter condividere il peso con qualcuno di fidato permette al corpo di tornare rapidamente a uno stato di equilibrio, disattivando la risposta "combatti o fuggi". Senza questo sfogo relazionale, il corpo rimane bloccato in una modalità di sopravvivenza che logora precocemente gli organi interni. La connessione umana, quindi, è il vero antidoto allo stress ossidativo della vita moderna. Ma cosa intendiamo esattamente per "relazioni di qualità"? Non si tratta del numero di amici su un social network, né della frequenza degli impegni mondani. La qualità, secondo i ricercatori di Harvard, si misura nella sicurezza dell'attaccamento: la certezza interiore di poter contare su qualcuno nel momento del bisogno. È la profondità del legame, la vulnerabilità condivisa e la capacità di essere autentici che generano quel benessere profondo che si riflette nelle analisi del sangue e nelle scansioni del cuore. In questo senso, la spiritualità laica trova la sua massima espressione nell'empatia e nella compassione, intese non come doveri morali, ma come pratiche di salute pubblica. Viviamo tuttavia in un’epoca paradossale, quella dell'iper-connessione digitale che nasconde una carestia senza precedenti di intimità reale. La solitudine è diventata un’epidemia silenziosa che colpisce trasversalmente ogni fascia d'età, dai giovani "sempre connessi" agli anziani isolati nelle grandi metropoli. Questo vuoto sociale ha un costo economico e umano spaventoso. Per invertire la rotta, dobbiamo iniziare a considerare il tempo dedicato agli altri non come un lusso o uno svago, ma come un investimento fondamentale per la nostra salute. Invitare un amico a cena, fare una telefonata sincera, partecipare a un’attività di volontariato o semplicemente scambiare due parole gentili con il vicino di casa sono atti di prevenzione medica a tutti gli effetti. L’integrazione di questa consapevolezza nella vita quotidiana richiede un cambio di paradigma radicale. Dobbiamo imparare a nutrire il nostro capitale sociale con la stessa costanza con cui controlliamo le calorie o i passi giornalieri. È quella che potremmo chiamare la "dieta dei legami". Così come evitiamo i cibi ultra-processati per proteggere l'intestino, dovremmo imparare a limitare le interazioni superficiali e tossiche che prosciugano la nostra energia, investendo invece nei rapporti che ci nutrono. La crescita personale diventa allora un esercizio di architettura relazionale: costruire ponti invece di mura, coltivare la gentilezza come muscolo e la presenza come dono. In ultima analisi, i risultati dell’Harvard Study ci consegnano un messaggio di speranza e di responsabilità. La chiave della nostra vitalità non è nascosta in un codice genetico immutabile, né dipende interamente dalla fortuna. È scritta nelle scelte quotidiane di vicinanza e di cura. Quando ci prendiamo cura di un legame, stiamo in realtà prendendoci cura del nostro cuore, dei nostri polmoni e della nostra mente. La longevità è un’opera collettiva, una danza sincronizzata tra esseri umani che si riconoscono e si sostengono. Riscoprire il valore sacro dell'incontro, al di fuori di ogni dogma religioso ma nel pieno rispetto della nostra natura biologica, è forse il passo più evolutivo che possiamo compiere. Perché, alla fine del viaggio, ciò che determina la qualità della nostra vita non è ciò che abbiamo accumulato per noi stessi, ma quanto siamo stati capaci di restare connessi alla grande rete della vita che ci circonda. Il benessere è un capitale che cresce solo se viene condiviso.
Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
"La vita è un continuo fluire... e non c'è bisogno di crederlo, semplicemente succede...!" (Saul Arpino) Spesso mi sono occupato di politica e di economia, sempre in chiave di ecologia profonda e di bioregionalismo ovviamente, e sebbene queste cose corrispondano ad una mia personale esigenza di concretezza, ovvero di attuare nel possibile il nostro sentire bioregionale, sento ora la necessità di chiarire qual'è l'impulso che sta dietro alla nostra pratica ecologista e spirituale La pratica dell'ecologia profonda non può seguire un canone di comportamento standardizzato. Non è una ideologia con precise regole e norme con le quali cercare di "adattare" la realtà al proprio pensiero. Il sentire bioregionale è una forma vitale di adesione a ciò che è, nella visione e propensione di restare in armonia con ciò che è, sempre conservando la propria natura adattandola però alle condizioni in cui ci si trova. Insomma basta essere se stessi senza lasciarsi condizionare da un credo, mantenendosi però in sintonia con ciò che è, nella comprensione della comune appartenenza esistenza. Questo modo espressivo è spontaneo e naturale e corrisponde alla consapevolezza di appartenere al Tutto. E' una fusione fra "anima" ed "animus", tra maschile e femminile, all'interno ovviamente non in senso unisex, e questa integrazione è il risultato di quella che amo definire una "spiritualità laica", che supera ogni religione ed ogni ideologia. Uno "spirito laico" consapevole manifesta un salto evolutivo rispetto alla condizione del credente e persino dell'ateo, che in realtà non sono disgiunti ma appartengono ad una sola categoria, quella di coloro che basano il proprio pensiero sul “credere”. Credenti e non credenti hanno bisogno di una ragione giustificativa (per la loro convinzione) che li uniformi al loro credo…. Ma qual’è la differenza sostanziale fra il restare assorbiti nella quiete della coscienza indifferenziata, rispondendo agli stimoli della vita con spontaneità e naturalezza, e la reazione spasmodica basata sul credere in concetti assunti che ci fanno da gabbia comportamentale? Un uomo studia libri su libri, ascolta e tiene grandi discorsi, cerca seguaci e diventa egli stesso seguace di un'idea, inizia insomma a “credere” in un sistema, in un vantaggio, egli imposta ogni sua azione nel rispetto di uno schema sul quale erige una struttura “idealistica” (od al peggio egoistica) e con essa ritiene di poter “istruire” gli altri e di poter esprimere “la verità”. Ma come è possibile che la verità sia statica, una cosa prestampata ed immobile, un rigido ideale? Essa può esser “vera” solo se è vera nel fluire continuo della vita, assestandosi ed adeguandosi alle circostanze correnti, essa non sclerotizza gli eventi, non impone restrizioni, essa respira con tutto ciò che esiste. Basarsi su un credo (in positivo od in negativo) per raccontare la verità è voler dare alle parole un valore che non hanno… Ed in buona sostanza come nasce la parola? Il linguaggio attraverso il quale osiamo affermare “questa è la verità” è molto lontano dalla pura coscienza. Infatti all’inizio esiste una consapevolezza astratta, una coscienza intelligente e non qualificata, da questa sorge il senso dell’io (l’ego), il quale a sua volta da origine ai pensieri, ai concetti, ed infine questi diventano parole e scrittura. Quindi il linguaggio è di molto successivo alla conoscenza innata. Come è possibile che attraverso la concettualizzazione si possa esprimere la verità, cos’è questo se non cieca arroganza? Se usiamo adesso un po’ di discernimento, non possiamo far a meno di osservare che ognuna delle presunte verità su cui si basa il "credere" appartiene all’ego, è solo "ciò" in cui crediamo, ma può esser definita verità una verità che è solo individuale? C’è un antico detto taoista che dice: ”il tao che può esser detto non è il vero Tao”. E Ramana Maharshi, un saggio dell’India, disse: “..la verità è nel profondo silenzio del nostro cuore…”. Purtroppo alcune persone sbandierano la loro verità ai quattro venti, pretendono di averla trovata in fantastiche proiezioni della psiche, nelle idee politiche o finanziarie, nelle varie religioni, negli inferni e paradisi, nella reincarnazione e nel materialismo ateo, perché essi amano il mistero e non la verità… Ed in verità a che servono queste “verità” fasulle, ignorando la vita del giorno per giorno, del qui ed ora, se non per speculare sull’immaginario del credere? Per sperimentare la verità di vita basta stare nella spontaneità del respiro… senza decidere in anticipo quando inspirare e quando espirare… Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana
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Spiritual News
In un’epoca in cui la tecnologia sembra prometterci l’immortalità digitale, una verità ancestrale sta tornando prepotentemente al centro del dibattito scientifico e filosofico: la nostra salute non comincia a tavola, ma decine di centimetri sotto i nostri piedi. La carota che oggi sgranocchiamo distrattamente durante una pausa lavoro, o l’insalata che consideriamo il pilastro del nostro benessere, nascondono un segreto inquietante che la scienza moderna chiama "fame nascosta". Nonostante le calorie abbondino, i nutrienti essenziali stanno svanendo. Un rapporto rivoluzionario della Rodale Institute, supportato da decenni di studi comparativi e analisi pubblicate su testate del calibro di The Lancet Planetary Health, rivela che il legame tra la vitalità del suolo e la nostra resilienza psicofisica è molto più profondo e viscerale di quanto avessimo mai osato immaginare. Il paradosso del ventunesimo secolo è servito: siamo la generazione più alimentata della storia, ma biochimicamente tra le più denutrite. Le ricerche condotte dal dottor Donald Davis dell’Università del Texas hanno analizzato i dati nutrizionali del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense su 43 diverse colture orticole, confrontando i valori dal 1950 al 1999. I risultati sono una doccia fredda per ogni appassionato di benessere: cali significativi di calcio, fosforo, ferro, riboflavina e vitamina C. In parole povere, per ottenere la stessa quantità di nutrienti che i nostri nonni traevano da un’unica mela, oggi dovremmo mangiarne cinque o sei. Questo fenomeno non è una fatalità biologica, ma la conseguenza diretta di un’agricoltura intensiva che ha trattato la terra come un mero supporto inerte per l'apporto di fertilizzanti chimici (N-P-K: azoto, fosforo e potassio), trascurando la complessa rete della vita sotterranea. Per comprendere questa crisi, dobbiamo guardare al suolo non come a "sporcizia", ma come a un organismo vivente e pulsante. Sotto ogni nostro passo vive la cosiddetta "rete alimentare del suolo": un universo composto da batteri, protozoi e, soprattutto, funghi micorrizici. Questi ultimi agiscono come una sorta di internet biologico, collegando le radici delle piante tra loro e permettendo lo scambio di minerali rari in cambio di zuccheri prodotti dalla fotosintesi. Quando utilizziamo pesticidi e arature profonde, distruggiamo questo delicato equilibrio. La pianta, pur crescendo rigogliosa all'apparenza grazie ai fertilizzanti, rimane "orfana" dei micronutrienti e dei composti fitochimici che solo la simbiosi con il suolo vitale può garantire. Quei composti, come i polifenoli e gli antiossidanti, sono esattamente ciò che il nostro sistema immunitario richiede per combattere l'infiammazione cronica e lo stress ossidativo. Qui la scienza incontra quella che potremmo definire una spiritualità laica della materia. Riconoscere che le nostre cellule sono letteralmente composte dai minerali estratti dal suolo trasforma l'atto di mangiare in un rito di comunione con il pianeta. Non si tratta di religione, ma di una consapevolezza ecologica profonda: noi siamo un’estensione del terreno che calpestiamo. Se il suolo è malato, esausto e privo di vita, il nostro corpo rifletterà inevitabilmente quella povertà energetica. La sensazione di stanchezza cronica, la nebbia mentale e la vulnerabilità emotiva che affliggono la società moderna potrebbero avere radici meno psicologiche e più terrene di quanto pensiamo. Siamo esseri minerali che hanno dimenticato le proprie fondamenta. La buona notizia arriva dalla Nutrizione Rigenerativa, un movimento che sta guadagnando terreno a livello globale e che propone una visione olistica della salute. L'obiettivo non è più solo produrre cibo "biologico" (ovvero privo di veleni), ma cibo "rigenerativo", capace di ripristinare la fertilità della terra mentre nutre l'uomo. Gli agricoltori rigenerativi utilizzano tecniche come le colture di copertura e il pascolo rotativo per sequestrare il carbonio dall'atmosfera e riportarlo nel suolo, creando un circolo virtuoso. Un terreno ricco di carbonio è un terreno spugnoso, capace di trattenere l'acqua e di nutrire piante incredibilmente dense di nutrienti. Scegliere questi alimenti diventa quindi un atto politico e spirituale: significa votare per la vita, per la propria e per quella del pianeta, a ogni singolo morso. Per il lettore di Spiritual.it, questo cambio di paradigma offre una nuova bussola per la crescita personale. La cura di sé non può più finire ai confini della propria pelle. La vera evoluzione risiede nel recupero della "densità nutritiva" della nostra esistenza. Questo significa imparare a distinguere tra volume e valore, tra sazietà e nutrimento. Iniziare a cercare piccoli produttori che praticano l'agricoltura conservativa, riscoprire le varietà antiche di cereali e legumi (spesso più ricche di minerali rispetto alle varietà moderne selezionate per la resa industriale) e, soprattutto, ritrovare il senso della gratitudine per ciò che il suolo ci offre. In conclusione, la salute del futuro non si costruirà nei laboratori farmaceutici, ma nella rigenerazione dell'humus. Quando mangiamo un alimento cresciuto in un suolo sano, stiamo ingerendo un'informazione di armonia e complessità. Stiamo nutrendo non solo i nostri muscoli, ma la nostra capacità di restare lucidi, empatici e connessi con il ritmo della vita. La spiritualità laica del piatto ci insegna che non esiste un "io" sano in un "mondo" malato. Siamo parte di un unico metabolismo planetario, e riscoprire la sacralità della terra sotto le nostre unghie è, forse, il primo vero passo verso una guarigione che sia, allo stesso tempo, biologica e interiore. Nutrire il suolo è, a tutti gli effetti, il modo più diretto e potente per nutrire la nostra anima.

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Sin da bambina ho sempre avuto intuizioni, presentimenti, ma soprattutto ho sempre avuto contatti con persone trapassate,inoltre, durante i…
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Docente di cristalloterapia eterica presso il Centro Studi Pranici fonde la spiritualità con la tecnologia intelligente per rendere l’uomo…
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Il mio nome completo in sanscrito è Swami Bodhi Vipal che significa “Momento di consapevolezza”. Mi è stato donato da OSHO, Maestro di…
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Il Pranic Healing del Maestro CHOA KOK SUI è una tecnica energetica finalizzata a strumento di benessere, sviluppo delle facoltà psichiche,…
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Luca Militello è nato a Mestre (VE) nel 1972. E' laureato in Informatica e Psicologia magistrale. Da molti anni conduce una intensa attività…
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Reiki e Sciamanismo presso Centro di Luce Fabiano Reiki Originale secondo il metodo del dr. Mikao Usui, Metodo Avanzato Karuna® Reiki,…
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Coniugo tecniche verbali ed energetiche nella relazione d'aiuto. Di indole meditativa fin dall’infanzia, il mio curriculum è composto di una…
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Scuola di Respiro, la prima scuola italiana specializzata da 30 anni in Tecniche di Respiro Originario, che producono molto velocemente i…
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Solo l’auto-consapevolezza ecologica è vera…

Paolo D'Arpini
“Non esiste cosa nascosta che non sia manifesta”. (Detto Popolare) Scriveva Bernardino del Boca: “Il messaggio divino d’amore e di fratellanza di Gesù Cristo, la filosofia del Buddha, la saggezza di Socrate, l’umiltà di Leonardo da Vinci, l’esempio dei santi, dei saggi e dei pensatori di tutte le epoche, non rappresentano la cultura. Sono come le stelle in cielo, luminose e lontane, spesso dimenticate. L’uomo dimentica di contemplare il cielo come dimentica di ascoltare la voce della saggezza”. Il cristianesimo è nato come filosofia pacifista e “porgi l’altra guancia” ed “ama il prossimo tuo come te stesso” sono i detti principali del Vangelo di Gesù. La nonviolenza di Gandhi nasce egualmente da una profonda fede verso la considerazione che tutti siamo parte della stessa esistenza, uomini piante ed animali. Contemporaneamente, nel rispetto dei vari elementi del creato, permane la coscienza che la terra, l’acqua, l’aria, etc. sono beni comuni che non debbono essere alienati all’uomo ed agli altri animali. Forse come non mai oggi sento che la attuazione di una proposizione ecologista profonda, disgiunta dal credo religioso, sarebbe oltremodo necessaria per garantire la continuità della civiltà umana.. per non parlare della sua sopravvivenza “bruta” (anche in considerazione dell’alienazione sempre più forte con i cicli naturali e l’avvelenamento dell’habitat). La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così… solo che dobbiamo capirlo e viverlo, prima a livello personale e poi a livello di comunità. Ognuno può e deve “comprendere” la necessità di riequilibrare il suo stile di vita non sentendosi però obbligato da una ideologia o da una spinta etica, la maturazione deve avvenire per auto-consapevolezza ecologica e fisiologica. Capisco che questa condizione esistenziale richiede una maturazione individuale ed un riavvicinamento alla propria natura originale che non può essere il risultato di una “scelta” o di un “credo” … La vita al momento opportuno e con i modi che gli sono consoni condurrà l’uomo verso la sua natura originale.. Questo ritorno, questa coscienza di Sé nell’Esistenza universale, non è una esperienza particolare, non ha bisogno di nomi o di attributi, è semplice riconoscersi in Ciò che è… Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana I punti chiave del pensiero di Paolo D'Arpini: La vera spiritualità non risiede nelle dottrine organizzate o nelle ideologie, che egli considera "forme pensiero" create per il condizionamento sociale e il controllo delle masse. Al contrario, egli promuove una visione basata sull'auto-consapevolezza ecologica e sul senso di appartenenza alla natura. Critica alle religioni/ideologie: Le ritiene strutture intellettuali o dogmatiche che separano l'uomo dalla propria essenza e dalla natura, funzionali a mantenere un ordine sociale gerarchico. Auto-consapevolezza ecologica: È definita come la comprensione profonda di essere parte integrante dell'esistente, superando l'ego individuale (spiritualità laica). Bioregionalismo: Il ritorno a una dimensione locale, vivendo in armonia con la "bioregione" (il territorio in cui si vive), riconoscendone l'anima e il senso di identità. "Vivere senza dire io": Un approccio interiore che mira a spogliare l'individuo dalle costruzioni mentali dell'ego, per favorire una connessione autentica con il tutto. In sintesi, per Paolo D'Arpini, la vera spiritualità è naturale, laica e legata alla terra, opposta a qualsiasi imposizione dogmatica o ideologica.
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L'origine del pensiero...

Paolo D'Arpini
La mente è un apparato che trasforma le percezioni e le sensazioni emozionali e fisiche in immagini che è poi in grado di elaborare in costrutti consequenziali logici e memorizzabili.. Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta? Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo? Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico… No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli. Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli…. Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario. Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso. Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane. Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono. “Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”. Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”. Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione. “Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere” Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente. Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere…. Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta! Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


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