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Trecentomila praticanti in oltre centocinquanta paesi. Non è il dato di uno sport olimpico né di una palestra globale: è la diffusione attuale del Tai Chi Chuan, l'arte marziale cinese millenaria che negli ultimi decenni ha attraversato oceani e culture per diventare uno degli strumenti di benessere integrato più studiati dalla scienza contemporanea. E i risultati di quella ricerca stanno ridisegnando il modo in cui pensiamo al movimento, all'invecchiamento e alla salute della mente. Il Tai Chi non assomiglia a nessun'altra forma di esercizio fisico. I suoi movimenti — lenti, fluidi, concatenati in sequenze precise — non cercano la velocità né la potenza muscolare. Cercano l'equilibrio, la presenza, la coordinazione tra corpo, respiro e attenzione. Non a caso, nella letteratura scientifica viene frequentemente definito "meditazione in movimento": una pratica che integra, in ogni singolo gesto, le dimensioni fisica, mentale e spirituale che le discipline occidentali tendono a separare. Una revisione sistematica e metanalisi pubblicata nel 2025 su Frontiers in Physiology ha sintetizzato le evidenze disponibili sugli effetti del Tai Chi Chuan sulle funzioni cognitive negli adulti di sessanta anni e oltre con decadimento cognitivo lieve — una condizione che rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo della demenza. I risultati sono netti: la pratica regolare di Tai Chi produce miglioramenti significativi nelle funzioni cognitive globali, con effetti particolarmente pronunciati sulla memoria e sulla funzione esecutiva — quella capacità di pianificare, organizzare e portare a termine azioni complesse che è tra le prime a deteriorarsi nel processo di invecchiamento patologico. I meccanismi attraverso cui il Tai Chi agisce sul cervello sono molteplici e sinergici. Sul piano cardiovascolare, si tratta di un esercizio aerobico di intensità moderata — paragonabile alla camminata veloce — che aumenta il flusso sanguigno cerebrale e stimola la produzione di BDNF, il fattore neurotrofico che favorisce la crescita e la sopravvivenza dei neuroni. Sul piano cognitivo, l'apprendimento e l'esecuzione delle sequenze di movimento — che richiedono attenzione, memoria procedurale e coordinazione precisa — costituiscono una forma di allenamento cerebrale continuo e integrato nell'attività fisica. Sul piano neuropsicologico, la dimensione meditativa del Tai Chi riduce l'ansia, lo stress e i sintomi depressivi, che sono fattori indipendenti di rischio per il declino cognitivo. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2025 ha aggiunto un tassello particolarmente illuminante: nove settimane di pratica di Tai Chi Chuan producono cambiamenti misurabili nella connettività funzionale cerebrale — cioè nel modo in cui le diverse aree del cervello comunicano tra loro a riposo. I partecipanti mostravano una maggiore integrazione tra le regioni frontali e quelle posteriori, associata a miglioramenti nelle prestazioni di equilibrio dinamico e nella funzione esecutiva. Non si trattava di effetti percepiti soggettivamente: erano differenze visibili nelle scansioni di neuroimaging. L'impatto del Tai Chi non si ferma al cervello. I suoi effetti sull'equilibrio e sulla prevenzione delle cadute negli anziani sono tra i più documentati in tutta la letteratura sulla medicina integrativa: chi pratica Tai Chi regolarmente cade meno, recupera più rapidamente dopo una perdita di equilibrio e mantiene una mobilità funzionale superiore rispetto ai coetanei sedentari. In un'epoca in cui le cadute degli anziani rappresentano una delle principali cause di ospedalizzazione e perdita di autonomia, questo dato ha implicazioni di salute pubblica difficilmente sopravvalutabili. Ma ciò che rende il Tai Chi particolarmente interessante per il lettore con una sensibilità olistica è la sua natura intrinsecamente integrata. Non è un esercizio che si fa e poi si dimentica: è una pratica che insegna una qualità di presenza — l'attenzione al respiro, la cura del gesto, la consapevolezza del corpo nello spazio — che può trasferirsi nella vita quotidiana. I praticanti esperti descrivono un cambiamento nel modo di relazionarsi con lo stress, con il tempo, con il proprio corpo: non più un oggetto da spingere o da correggere, ma uno spazio da abitare con intenzione e rispetto. Una ricerca condotta su oltre trecento anziani con decadimento cognitivo lieve dall'Oregon Research Institute ha confrontato un programma tradizionale di Tai Chi con una versione "cognitivamente potenziata" — in cui agli istruttori veniva chiesto di stimolare ulteriormente i partecipanti con compiti mentali durante l'esecuzione dei movimenti — e con un gruppo di controllo che praticava solo stretching. Dopo sei mesi, il gruppo di Tai Chi potenziato mostrava i miglioramenti più significativi nelle funzioni cognitive, seguito dal gruppo di Tai Chi tradizionale. Il gruppo di controllo non mostrava miglioramenti rilevanti. La lezione che emerge da questa ricerca è chiara, e sfida una delle convinzioni più radicate nella cultura del benessere contemporaneo: non è necessario sudare, né soffrire, né accelerare per migliorare la salute del cervello. A volte, rallentare — davvero, intenzionalmente, con arte e disciplina — è la forma di cura più potente che esista.
Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
Il bioregionalismo è una forma attuativa dell’ecologia profonda. Nel senso che l’ecologia profonda analizza il funzionamento delle componenti vitali e geomorfologiche ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali in cui tali componenti si manifestano. Per fare un esempio concreto: il funzionamento generale dell’organismo vivente viene compreso attraverso il riconoscimento e lo studio delle sue funzioni vitali e dei modi in cui tali funzioni si manifestano ed il bioregionalismo individua gli organi specifici che provvedono a tale funzionamento e le correlazioni fra l’organismo e l’insieme degli organi che lo compongono, descrivendone le caratteristiche e la loro compartecipazione al funzionamento globale. Per cui non c’è assolutamente alcuna differenza fra ecologia profonda e bioregionalismo, sono solo due modi, due approfondimenti che partono dallo stesso approccio, per comprendere e descrivere l’evento vita. Abbiamo inserito come terzo elemento componente “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo. Ovvero la capacità osservativa e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. Anche questo processo di auto-conoscenza, ovviamente, è parte integrante del processo individuativo svolto nell’ecologia profonda e nel bioregionalismo. A volte questa intelligenza intrinseca nella vita è anche detta “Biospiritualità” – E cosa si intende per biospiritualità? Biospiritualità è l’espressione, l’odore sottile, il messaggio intrinseco, che traspira dalla materia tutta. Il sentimento di costante presenza indivisa.. la consapevolezza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni sua forma e componente, partendo dal “soggetto” percepiente. La conoscenza “suprema” significa essere consapevoli che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”… Altro aspetto importante del discorso è quello della Solidarietà al Tutto (anziché Umana) per far trasparire una visione meno antropocentrica e più rivolta al rispetto dell’Uno e Molteplice che ci circonda ed in cui siamo. Il termine più appropriato per noi sarebbe Cooperazione Attiva, quindi cooperare alla maniera del fare o dell’agire cioè del concludere e arrivare a soluzioni e propositività negli intenti, orientati sempre verso l’alto, cioè lo Spirito. Nel discorso dell’ecologia va incluso anche quello della Biopolitica per trasmettere un messaggio che la Politica deve essere inserita sempre in Bios cioè nella Vita, che è un qualcosa che non appartiene solo all’uomo. E poi l’Economia Partecipativa, poiché l’economia deve tornare ad essere a misura delle cose reali e non dei mercati subliminali di borse e speculatori e noi dobbiamo tornare a ridiventare fruitori attivi e non passivi (come avviene nel sistema corrente della cosiddetta "moneta debito"), ecco il senso di Partecipazione e Sovranità di questo mezzo di scambio che è il denaro. Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana
Pubblicazioni e Saggi
Paolo D’Arpini
Il Vedanta, letteralmente "dopo i Veda" è la scuola di pensiero dell’Assoluto non duale "Brahman" descritto nelle Upanishad, i testi filosofici vedantici (posteriori ai Veda). Sulla datazione dei Veda e del Vedanta le opinioni degli studiosi, storici e religiosi, divergono alquanto. La differenza di vedute è soprattutto fra ricercatori occidentali e quelli indiani. Secondo gli europei, proni al credo filo occidentale di una culla di civiltà medio-orientale e mediterranea, i Veda sono posti attorno al primo millennio a.C. e le Upanishad al periodo appena antecedente la nascita del Buddha storico (VI secolo a.C.). Ovviamente secondo gli storici indiani le date si allontanano moltissimo. Recenti esami compiuti a mezzo satellite, confermano l’esistenza del fiume Sarashwati parallelo dell’Indo prosciugatosi attorno al V millennio a.C. avvalorando quindi le descrizioni fatte nel Mahabarata (un testo upanishadico) che vengono perciò poste in antecedenza a quella data. Il Mahabarata descrive anche l’affondamento nel mare della città di Dwarka e vestigia di questa città sono state effettivamente ritrovate sommerse vicino alle coste dell’oceano indiano. Inoltre il ritrovamento di Moenjo Daro e Harappa, nell’attuale Pachistan, e la loro datazione fissata attorno al X millennio a.C. fanno presumere che la civilizzazione dell’Indo e del Saraswati sia la più antica sulla faccia della terra. Simboli religiosi ed altari riconducibili al sistema vedico sono stati ritrovati negli scavi di quelle città, da questo se ne deduce che i Veda, trasmessi oralmente, sono contemporanei e precedenti a qualsiasi altra tradizione. Ciò significa che non furono gli europei "ariani" a invadere l’India bensì l’esatto contrario, cioè furono gli "ariani" dell’Indo e del Saraswati ad diffondere la loro civiltà prima in Persia e poi in Europa, le cui lingue son dette di origine indo-europea. Ciò è stato confermato anche dall’analisi glottologica sull’origine degli idiomi parlati sul pianeta, essendo il ramo indo -ovvero il Prakrito ed il Sanscrito- fra i più antichi fra quelli derivanti dal "nostratico" la prima lingua universale, comune a tutti i Sapiens sapiens. Però debbo interrompere questa spiegazione psico-storica e riportare l’attenzione alla descrizione psico-somatica delle "maschere" che ricoprono il Sé (evocata nel titolo di questo articolo). Secondo il Vedanta sono cinque le "guaine" (in sanscrito "kosha") che nascondono il Sé al sé (l’Io assoluto all’io relativo). Esse sono "annamaya", "pranamaya", "manomaya", "vijnanamaya" e "anadamaya". Annamaya è la guaina composta dal cibo, il corpo fisico. I suoi costituenti sono i cinque elementi nello stato grossolano, in vari gradienti di mistura. Dello stesso materiale sono fatte le cose del mondo oggettivo sperimentato. Pranamaya è la guaina dell’energia vitale (nella Bibbia "soffio vitale") è quella che denota la qualità vitale, la sua espressione è il respiro, in sanscrito "prana" e le sue cinque funzioni o "modi": "vyana" quello che va in tutte le direzioni, "udana" quello che sale verso l’alto, "samana" quello che equipara ciò che è mangiato e bevuto, "apana" quello che scende verso il basso, "prana" quello che va in avanti (collettivamente vengono definiti con il termine "prana"). Alla guaina del "prana" appartengono anche i cinque organi di azione, ovvero: la parola, la presa, il procedere, l’escrezione e la riproduzione. Manomaya è la guaina della coscienza, o mente individuale, le sue funzioni sono chiedere e dubitare. I suoi canali sono i cinque organi di conoscenza: udito, vista, tatto, gusto ed olfatto. Vijnanamaya è la guaina dell’auto-coscienza, o intelletto, cioè l’agente ed il fruitore del risultato delle azioni. Questa maschera, od involucro, è considerata l’anima empirica che migra da un corpo fisico ad un altro (nella teoria della metempsicosi). Anadamaya è la guaina della gioia, non la beatitudine originaria che è del Brahman, essa è la pseudo beatitudine (sperimentata nel sonno profondo) del cosiddetto "corpo causale", la causa prima della trasmigrazione, Un altro suo nome è "avidya" ovvero nescienza od ignoranza del Sé. Secondo lo studioso T.M.P. Mahadevam è possibile riordinare queste cinque maschere in tre "corpi": "annamaya", il corpo fisico grossolano; "suksma-sarira" il corpo sottile, l’insieme delle tre guaine di prana mente ed intelletto ("pranamaya, "manomaya" e vijnanamaya"); "karana-sarira", il corpo causale della guaina "anandamaya". E’ per mezzo di questi tre corpi che noi sperimentiamo il mondo cosiddetto "esterno" nei tre stati di veglia, sonno e sonno profondo. L’esperienza empirica si manifesta attraverso le cinque guaine, proiettate o riflesse nel concetto di "spazio" e "tempo", senza di esse la coscienza relativa di un "mondo" non potrebbe sussistere. Come diceva il grande saggio e maestro dell’advaita-vedanta, Ramana Maharshi: "L’individuo è formato da cinque guaine, perciò tutte e cinque sono implicate nel termine "corpo". Vi è un mondo separato dal "corpo"? Dì ci sono persone che senza "corpo" hanno l’esperienza del mondo?" Paolo D'Arpini - www.circolovegetarianocalcata.it "Com'è che l'esistenza umana si è procurata un orologio prima che esistessero orologi da tasca o solari?...Sono io stesso l'"ora" e il mio esserci il tempo? Oppure, in fondo, è il tempo stesso che si procura in noi l'orologio? Agostino ha spinto il problema fino a domandarsi se l'animo stesso sia il tempo. E, qui, ha smesso di domandare." (M.Heidegger - Il concetto di Tempo)

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Scrivere per guarire: la scienza riscopre il…

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Qualcuno lo ha sempre fatto istintivamente: aprire un quaderno nei momenti difficili, affidare alla carta ciò che non si riesce a dire ad alta voce, tracciare parole come si scavasse un canale attraverso il quale l'emozione potesse finalmente scorrere. Per decenni questa pratica è stata relegata alla sfera del privato, al diario adolescenziale, al gesto intimo che non richiedeva spiegazioni. Oggi la ricerca scientifica la sta prendendo sul serio — e le evidenze che emergono sono più solide e più articolate di quanto chiunque avrebbe potuto aspettarsi. La scrittura espressiva, come disciplina terapeutica, ha radici nel lavoro pioneristico dello psicologo americano James Pennebaker, che negli anni Ottanta iniziò a studiare sistematicamente cosa accadeva a livello psicofisiologico quando le persone venivano invitate a scrivere liberamente dei loro pensieri e sentimenti più profondi, in particolare riguardo a esperienze stressanti o traumatiche. I risultati erano sorprendenti: chi scriveva mostrava, nelle settimane successive, miglioramenti misurabili nella funzione immunitaria, una riduzione delle visite mediche, un abbassamento della pressione arteriosa e un miglioramento del tono dell'umore. Non si trattava di effetto placebo: si trattava di cambiamenti biologici documentati. Da allora, centinaia di studi hanno approfondito, verificato e ampliato quelle scoperte iniziali, con metanalisi che hanno sintetizzato i dati di decine e poi centinaia di trial sperimentali. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista PLOS ONE dall'Università di Northumbria ha offerto una delle analisi più aggiornate e rigorose sul tema, concentrandosi specificamente sulle tecniche di scrittura espressiva positiva — un'evoluzione del paradigma originale che integra gli strumenti della psicologia positiva: scrivere di gratitudine, identificare risorse e punti di forza personali, ricercare il significato anche nelle esperienze difficili. I risultati mostrano che queste tecniche producono benefici misurabili sul benessere soggettivo, con effetti particolarmente pronunciati su alcune dimensioni specifiche: la riduzione dell'ansia, il miglioramento dell'umore, il senso di coerenza e significato nella propria vita. Crucialmente, la revisione identifica anche le condizioni ottimali per massimizzare gli effetti: la scrittura funziona meglio quando è praticata con regolarità, quando viene data alla persona sufficiente libertà espressiva, e quando il focus non è esclusivamente sul dolore ma anche — e soprattutto — sulla ricerca di prospettiva e senso. Uno degli aspetti più affascinanti di questa ricerca riguarda i meccanismi biologici sottostanti. Scrivere di esperienze emotivamente significative riduce l'attività del sistema nervoso simpatico, abbassa i livelli di cortisolo e — secondo alcuni studi — modifica l'espressione di geni legati alla risposta infiammatoria. La scrittura, in altre parole, non è solo uno sfogo emotivo: è un atto che riverbera fino al livello cellulare. Ma perché scrivere produce questi effetti, quando semplicemente pensare agli stessi contenuti spesso non basta? La risposta che i ricercatori propongono è affascinante: la scrittura impone una struttura narrativa all'esperienza caotica. Obbliga a scegliere le parole, a mettere in sequenza gli eventi, a cercare un filo che li colleghi. In questo processo, qualcosa si organizza nella mente — l'esperienza viene integrata, non semplicemente rimossa o repressa. Il neuroimaging mostra che questo processo di narrazione scritta riduce l'attività dell'amigdala, il centro cerebrale dell'allarme emotivo, e aumenta quella della corteccia prefrontale, la sede del pensiero riflessivo e della regolazione. Le applicazioni pratiche si moltiplicano in contesti molto diversi. Negli ambienti clinici, la scrittura espressiva viene sempre più integrata nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress, della depressione e dei disturbi d'ansia. In ambito oncologico, studi su pazienti in chemioterapia hanno mostrato che la pratica regolare di scrittura espressiva è associata a una migliore qualità della vita percepita e a una riduzione dei sintomi ansiosi. In ambito lavorativo, organizzazioni sanitarie e aziende hanno iniziato a introdurre laboratori di scrittura come strumenti di prevenzione del burnout tra i professionisti ad alto carico emotivo. La scrittura espressiva non è psicoterapia, e non la sostituisce. Non è nemmeno adatta a tutti i momenti: nelle fasi acute del trauma, affrontare direttamente il materiale doloroso può essere destabilizzante, e la guida di un professionista resta fondamentale. Ma come pratica di manutenzione psicologica, come strumento di autoconoscenza e di elaborazione quotidiana, offre qualcosa di raro: un'azione concreta, accessibile, gratuita e scientificamente supportata che ciascuno può integrare nella propria vita con relativa facilità. Le tradizioni spirituali lo sapevano da sempre, a modo loro. I diari mistici, le preghiere scritte, i testi di riflessione personale che costellano la storia di ogni religione sono testimonianze di qualcosa che l'umanità ha intuito da millenni: mettere in parole il proprio mondo interiore è già, di per sé, un atto di trasformazione. La scienza, oggi, ci sta spiegando esattamente come e perché.
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Talento Magico

Stefano Petrucci
La prima scintilla non poteva che essere il Talento. E se ciò che ti sembra un difetto fosse, in realtà, un segnale del tuo talento? Non il talento di cui si parla a scuola — essere bravi in qualcosa — ma il modo unico e irripetibile in cui la vita si esprime attraverso di te. Non qualcosa che fai: qualcosa che sei. Diciotto racconti illustrati, e in ognuno un ragazzo o una ragazza incontra il proprio talento. Quasi mai come un dono luminoso: all'inizio arriva travestito da inquietudine, da paura, da una sensibilità che sembra eccessiva. È quando i protagonisti smettono di combatterlo e cominciano ad ascoltarlo che quel disagio rivela chi sono davvero. Una violoncellista convinta di non essere mai abbastanza. Un funambolo che deve lasciare il controllo. Un uomo che danza su una sedia a rotelle. Diciotto talenti, un unico momento: quello in cui ci si riconosce. Nessuna lezione, nessuna morale spiegata. Solo storie. Per genitori e insegnanti. Non è un manuale di crescita personale travestito da romanzo: è narrativa. I temi che contano — l'autostima, la paura di non valere, la fatica di essere sé stessi — ci sono, con onestà, ma sempre dentro una storia. È il libro da regalare quando non trovi le parole, da leggere a voce alta, da lasciare su un comodino. Il talento non si insegna. Si riconosce. Primo volume della collana Scintille Divine · Edizioni Comunicazione Evolutiva · 18-25 Dal 27 luglio su Amazon e su http://www.stefanopetrucci.com/prodotto/talento-magico/


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