gio, 17 settembre 2026

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Evento
18/09/2026
Shamanesimo
Quarrata (PT)
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Dal  19/09/2026  al  20/09/2026
Shamanesimo
Quarrata (PT)
Toscana
Corso
Dal  25/09/2026  al  27/09/2026
Costellazioni Familiari
Montespertoli (FI)
Toscana
Corso
Dal  29/09/2026  al  22/06/2027
Meditazione
Firenze (FI)
Toscana

Notizie in evidenza:

Pubblicazioni e Saggi
Paolo D'Arpini
La legge di causa ed effetto è valida nella percezione empirica speculativa ma non ha significato nella visione dell’Assoluto nonduale. L’ipotesi evoluzionista si fonda sull’osservazione del processo trasformativo della materia e della vita conseguente alla modificazione od espansione nello spazio/tempo. Questa teoria deve in ogni caso tener conto di un “inizio” e pertanto è vicina all’altra teoria della creazione progressiva del mondo, basata sulla presenza di un Dio creatore da cui l’universo viene creato. Secondo l’ipotesi del Big Bang l’inizio del momento creativo viene posto nell’esplosione primordiale del nucleo originario della materia, in seguito alla quale incomincia pian piano il processo manifestativo della vita. Infatti i religiosi apprezzano molto la teoria del Big Bang come “dimostrazione” della volontà creatrice di Dio e di conseguenza sono costretti ad accettare (almeno sino ad un certo punto, per essere coerenti con i loro credo) anche il processo evoluzionistico delle varie forme vitali prefigurato da Darwin e dai suoi successori. Nella visione dell’Unica Realtà a/causale l’esistente apparentemente subisce uno “svolgimento progressivo” ma solo dal punto di vista empirico dualistico, in quanto svolgentesi nel flusso dello spazio tempo, ma -come evidenziò anche Einstein- l’esistenza spazio temporale è puramente figurativa, non ha cioè vera sostanza essendo un relativo configurarsi di eventi costruiti e proiettati nella mente. Perciò nella visione della assoluta Esistenza-Coscienza la creazione è una semplice “apparizione”, che si manifesta simultaneamente all’osservatore, sia pur considerata dall’osservatore stesso (a causa dell’illusione percettiva) conseguente allo scorrere del tempo nello spazio. La creazione è di fatto un semplice riflesso (immagine) nella mente del percipiente il quale riesce a captarla “fermandola” nella coscienza, per mezzo della triplice ripartizione temporale (passato presente futuro), un simile processo avviene anche nel sogno. Così avviene che un singolo fotogramma della totale manifestazione, sempre presente nella sua interezza, viene illuminato dalla coscienza individuale, visto nella mente, interpretato ed elaborato in forma di causa ed effetto, e srotolato nel contesto spazio-temporale denominandolo “processo del divenire”. Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Pubblicazioni e Saggi
Francesca C.
Trovai qualche tempo fa un pezzetto di legno che in falegnameria è considerato uno scarto. Non penso mai a nulla come scarto quando si tratta di arte vedo un materiale, guardo la forma e cerco di guardare oltre immaginando già ad una prima occhiata cosa potrebbe emergere, quale colore, quali linee e quali eventuali altri materiali che si aggiungerebbero. Non volendo mettere lettere o parole su quella che avevo pensato come una targhetta mi sono detta che poteva diventare qualcosa di diverso, che contenesse forme simboliche e riscontrate nella storia più e più volte in differenti aree del mondo. Non per ultimo ho ripensato ad un altro emblema, quello della bambolina. In antropologia probabilmente verrebbe definito apotropaico un artefatto di questo tipo. L’approccio di analisi è comunque occidentale, la funzione apotropaica è un richiamo psichico, un intercessione che chiama l’inconscio, su tale aspetto si espresse Carl Gustav Jung, sostenendo che l’apotropaico era una sorta di assistente dell’inconscio che anche per mezzo di taluni oggetti poteva emergere grazie a questa forma di mediazione. Si può notare come vi siano dei simboli, questi sono rispettivamente: ° Il cerchio ° La spirale ° La bambolina La spirale in natura si presenta in varie specie arboree e floreali. Ma non solamente riguarda piante e alberi, esistono anche le galassie a spirale. Il moto rotatorio e la circolarità ugualmente si ripetono in natura come cicli. Chi ha vissuto molto prima di noi ha tradotto ciò in moto creativo e immaginativo, ma anche rituale investendo tutto di sacralità. Non dividendo tra materialità e spiritualità, immettendo in cosmo visioni gli aspetti e le forme provenienti come immagini dall’osservazione della terra. È qualcosa di poetico per me guardare la natura e trarne cotanta ispirazione.
Notizie
Spiritual News
Qualcuno lo ha sempre fatto istintivamente: aprire un quaderno nei momenti difficili, affidare alla carta ciò che non si riesce a dire ad alta voce, tracciare parole come si scavasse un canale attraverso il quale l'emozione potesse finalmente scorrere. Per decenni questa pratica è stata relegata alla sfera del privato, al diario adolescenziale, al gesto intimo che non richiedeva spiegazioni. Oggi la ricerca scientifica la sta prendendo sul serio — e le evidenze che emergono sono più solide e più articolate di quanto chiunque avrebbe potuto aspettarsi. La scrittura espressiva, come disciplina terapeutica, ha radici nel lavoro pioneristico dello psicologo americano James Pennebaker, che negli anni Ottanta iniziò a studiare sistematicamente cosa accadeva a livello psicofisiologico quando le persone venivano invitate a scrivere liberamente dei loro pensieri e sentimenti più profondi, in particolare riguardo a esperienze stressanti o traumatiche. I risultati erano sorprendenti: chi scriveva mostrava, nelle settimane successive, miglioramenti misurabili nella funzione immunitaria, una riduzione delle visite mediche, un abbassamento della pressione arteriosa e un miglioramento del tono dell'umore. Non si trattava di effetto placebo: si trattava di cambiamenti biologici documentati. Da allora, centinaia di studi hanno approfondito, verificato e ampliato quelle scoperte iniziali, con metanalisi che hanno sintetizzato i dati di decine e poi centinaia di trial sperimentali. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista PLOS ONE dall'Università di Northumbria ha offerto una delle analisi più aggiornate e rigorose sul tema, concentrandosi specificamente sulle tecniche di scrittura espressiva positiva — un'evoluzione del paradigma originale che integra gli strumenti della psicologia positiva: scrivere di gratitudine, identificare risorse e punti di forza personali, ricercare il significato anche nelle esperienze difficili. I risultati mostrano che queste tecniche producono benefici misurabili sul benessere soggettivo, con effetti particolarmente pronunciati su alcune dimensioni specifiche: la riduzione dell'ansia, il miglioramento dell'umore, il senso di coerenza e significato nella propria vita. Crucialmente, la revisione identifica anche le condizioni ottimali per massimizzare gli effetti: la scrittura funziona meglio quando è praticata con regolarità, quando viene data alla persona sufficiente libertà espressiva, e quando il focus non è esclusivamente sul dolore ma anche — e soprattutto — sulla ricerca di prospettiva e senso. Uno degli aspetti più affascinanti di questa ricerca riguarda i meccanismi biologici sottostanti. Scrivere di esperienze emotivamente significative riduce l'attività del sistema nervoso simpatico, abbassa i livelli di cortisolo e — secondo alcuni studi — modifica l'espressione di geni legati alla risposta infiammatoria. La scrittura, in altre parole, non è solo uno sfogo emotivo: è un atto che riverbera fino al livello cellulare. Ma perché scrivere produce questi effetti, quando semplicemente pensare agli stessi contenuti spesso non basta? La risposta che i ricercatori propongono è affascinante: la scrittura impone una struttura narrativa all'esperienza caotica. Obbliga a scegliere le parole, a mettere in sequenza gli eventi, a cercare un filo che li colleghi. In questo processo, qualcosa si organizza nella mente — l'esperienza viene integrata, non semplicemente rimossa o repressa. Il neuroimaging mostra che questo processo di narrazione scritta riduce l'attività dell'amigdala, il centro cerebrale dell'allarme emotivo, e aumenta quella della corteccia prefrontale, la sede del pensiero riflessivo e della regolazione. Le applicazioni pratiche si moltiplicano in contesti molto diversi. Negli ambienti clinici, la scrittura espressiva viene sempre più integrata nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress, della depressione e dei disturbi d'ansia. In ambito oncologico, studi su pazienti in chemioterapia hanno mostrato che la pratica regolare di scrittura espressiva è associata a una migliore qualità della vita percepita e a una riduzione dei sintomi ansiosi. In ambito lavorativo, organizzazioni sanitarie e aziende hanno iniziato a introdurre laboratori di scrittura come strumenti di prevenzione del burnout tra i professionisti ad alto carico emotivo. La scrittura espressiva non è psicoterapia, e non la sostituisce. Non è nemmeno adatta a tutti i momenti: nelle fasi acute del trauma, affrontare direttamente il materiale doloroso può essere destabilizzante, e la guida di un professionista resta fondamentale. Ma come pratica di manutenzione psicologica, come strumento di autoconoscenza e di elaborazione quotidiana, offre qualcosa di raro: un'azione concreta, accessibile, gratuita e scientificamente supportata che ciascuno può integrare nella propria vita con relativa facilità. Le tradizioni spirituali lo sapevano da sempre, a modo loro. I diari mistici, le preghiere scritte, i testi di riflessione personale che costellano la storia di ogni religione sono testimonianze di qualcosa che l'umanità ha intuito da millenni: mettere in parole il proprio mondo interiore è già, di per sé, un atto di trasformazione. La scienza, oggi, ci sta spiegando esattamente come e perché.

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Docente di cristalloterapia eterica presso il Centro Studi Pranici fonde la spiritualità con la tecnologia intelligente per rendere l’uomo…
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Il libro di Enoch e i giganti

Francesca C.
Nel Libro di Enoch la parte relativa ai guardiani che erano individuati come giganti appare particolarmente interessante anche alla luce di un ottica alchimistica, la parola da tenere a mente è: Elohim, ricordando che sulla porta ermetica una delle scritte citava il "Ruach Elohim" che tradotto assume il significato di: "spirito femminile di Dio". I giganti parlano di qualcosa di Antico, che si ricollega a miti che precedevano tale testo in una linea di continuità. Per meglio comprendere la linea temporale che c'è dietro occorre guardare verso due direzioni, la prima è quella delle cosmogonie mesoamericane. La seconda deve osservare al patheon pre olimpico in Grecia, ovvero a titani e titanesse. Facendo un salto su un altra materia si scopre che alcuni studi genetici riferiscono di formazioni fisiche ben differenti da quelle che oggi siamo in grado di riscontrare, riscontrate sia nei popoli europei sia in quelli americani, il mito spesso focalizza caratteristiche materiali immettendole in modo fanrasioso o creativo in un quadro immaginale e mitico (ma anche cosmogonico) che si è andato sempre più a restringere. Tale piano percettivo va quindi preso in considerazione per evitare di apporre giudizi su un modo di narrare e descriovere differente rispetto a quello che possiamo avere nei tempi attuali. Nei diversi miti quindi ogni tanto rispuntano questi "giganti" probabilmente collegati anche a passaggi antropologici specifici, riprodotti attraverso la narrazione mitica. In un modo specifico di descrivere la storia titani e titanesse sono state sostituite dalle divinità olimpiche, questo può collimare con un passaggio specifico tra diverse culture e modi di intendere la comunità. In linea generale una cultura tende a trasferire il suo modo di pensare e vedere le cose e le persone, descrivendo questo modo. Il Libro di Enoch In tale testo i giganti amavano le donne che loro ritenevano essere emancipate e autonome, questa specifica caratteristica riconduce ai paganesimi che precedevano anche gli apocrifi, e nei quali vi era la coppia divina composta da femminile e maschile. Ma i giganti parlano anche di altro. Popolazioni che presentavano caratteristiche fisiche e corporali più sviluppate in grandezza sono esistite. Il Libro di Enoch era ed è apocrifo, quindi non riconosciuto dal dogma della chiesa cattolica. È un testo di sapienza gnostica assieme al vangelo di Maria Maddalena, entrambi non riconosciuti nel canone dalla chiesa cattolica. Ogni libro, ogni parola, ogni pregresso ha sempre qualcosa da dire in qualunque tempo, in qualunque luogo. Coglierne le ispirazioni è lavoro animico, visto che simboli e archetipi sono ovunque, deve solo mutare lo sguardo attraverso cui si osservano le cose. Lascio quindi questo post aperto, sempre alla ricerca e in esplorazione...
Pubblicazioni e Saggi

Spiritualità laica come espressione della vita...

Paolo D'Arpini
Un'idea morale ed un'etica utopica esercitano sovente un grande appeal attrattivo su molti intellettuali. Come tutte le idee al di là della portata attuativa rischia però di diventare un’altra forma di “ismo”, una ideologia che si prefigge attraverso i suoi propagatori di elevare la coscienza con il solo risultato di contribuire a ulteriormente dividere la società umana in “credenti” e “infedeli”, buoni e cattivi. Insomma una religione che inneggia alla morale ed all'etica manca spesso di capacità attuativa e come tutte le finalità religiose resta un ideale alla portata di pochi “eletti” disgiunti dal contesto umano. Ritengo personalmente che per andare verso una consapevolezza della comune appartenenza e della pari dignità e complementarietà delle forme vitali e delle reciproche relazioni fra specie, sia importante che vengano innanzitutto riconosciute le differenze per poter allo stesso tempo riconoscere l’eticità naturale nel loro rapporto, senza forzare la natura. L’astrazione del pensiero trasformato in “morale” non aiuta la manifestazione di una spontanea “compassione” che sorge in un interspecismo maturo. Tutti gli esseri viventi attingono e si originano dalla comune matrice che differenziandosi ha assunto le innumerevoli forme, ognuna complementare e relata alle altre, ognuna con alcuni aspetti evolutivi utili al mantenimento della vita ed alla ulteriore propagazione e fioritura di nuove specie. L’uomo non è l’ultima parola in natura e questo deve essere sempre presente nella considerazione di chi si pone il “problema” del bene collettivo. “L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche) C'è poi una differenza sostanziale tra la morale e l'etica, che derivano da una catechesi religiosa, ed un giusto comportamento naturalistico. Tanto per cominciare osserviamo che i dettami religiosi, apparentemente utili alla convivenza sociale ed al rispetto per la natura e per i propri simili, hanno una origine chiaramente antropocentrica, non rivolta al miglioramento generale della qualità della vita, in senso fisiologico, bensì all'ottenimento di meriti o demeriti i cui risultati saranno usufruibili in un “post mortem”. Qui soprattutto stiamo parlando degli insegnamenti delle religioni monolatriche di origine giudaica poiché altre “religioni” -soprattutto orientali ma anche quelle di carattere matristico dell'Antica Europa- nelle loro espressioni non riconoscono l'esistenza di un “Dio” personale creatore e giudicante le sue creature, bensì di un evolversi spontaneo dell'esistenza che sempre tende alla crescita coscienziale. Le religioni monolatriche, ebraismo, cristianesimo ed islam, esprimono dettami che soddisfano la presunta volontà del demiurgo adorato, quindi il premio od il castigo sono condizionati dall'aderenza alle norme scritte (per altro da altri uomini autodefinitisi profeti o messia) attraverso le quali ottenere il passaporto per l'aldilà. Prova ne sia che – a parte alcune indicazioni alimentari, essenzialmente dovute a ragioni climatiche- tutti i comandamenti insegnati nella catechesi religiosa hanno una funzione moralistica di controllo sociale. La convivenza pacifica, la solidarietà fra umani ed animali, il rispetto della natura, non interessano queste religioni, tant'è che leggendo il corano, il vangelo e la bibbia troviamo numerose citazioni che incitano alla “guerra” ed alla distruzione degli “infedeli”. E' detto che “Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza” forse sarebbe più corretto dire che tali uomini crearono un Dio a loro sembianza e piacimento. E qui parliamo specificatamente di “uomini” nel senso di maschi, maschilisti e dominatori, poiché le donne -come abbiamo visto in altre pubblicazioni- sono considerate esseri inferiori, quasi al livello degli animali. La morale religiosa è misogina e contro natura e se un obbligo viene stabilito ha sempre un risvolto utilitaristico che non tiene conto dell'etica universale. Faccio un esempio concreto nell'uso prevaricatore consentito verso i nemici, gli animali e le forme di vita in generale. Il nemico sconfitto diventa succube e schiavo, gli animali sono oggetto di sfruttamento senza limiti, la natura viene considerata serva passiva delle necessità umane –o presunte tali- senza tener conto delle conseguenze. In realtà l'etica “religiosa” non esiste affatto è solo una parvenza poiché non tiene conto del contesto in cui si manifesta, delle diverse situazioni o della universalità nella sua attuazione. Per la bibbia Dio è al disopra di noi e l’uomo è un peccatore senza alcun potere, quindi egli non può evolversi e redimersi se non attraverso l'ubbidienza ai dettami impartiti dai suoi ministri. Da ciò ne consegue che ci sono nella società umana figli e figliastri, o addirittura esseri sub-umani esclusi dal conteggio. Il beneficio della “misericordia” è estensibile -ad esempio- solo a quelli che fanno parte del “popolo eletto”, ai membri della stessa parrocchietta, e non a tutti indistintamente (basterebbe in tal senso leggersi le ingiunzioni della Torah). Purtroppo questo atteggiamento fariseo è stato in parte ripreso anche dalla scienza in cui si tiene conto del “bene” e dell'utilità di ogni scoperta tesa allo specifico vantaggio dell'uomo, in quanto specie dominante. O peggio ancora dell'uomo in quanto società dominante. Basti vedere la continua ricerca di armi di distruzione di massa portata avanti dalle elites al potere, per questioni di dominio, senza considerare le conseguenze nell'uso di tali “invenzioni”. Vorrei anche portare l'esempio del sistema medico farmaceutico basato sulla vivisezione, introdotta prima negli USA e poi adottata nel resto della società “civilizzata”. La fisiologia di un topo o di un cane è totalmente diversa da quella di un essere umano ma si è fatto obbligo -prima di dichiarare un medicinale adatto all'uso umano- che ne venga testata la validità sugli animali. Ovvero gli animali vengono fatti soffrire volontariamente con il fine “etico” di salvaguardare la salute umana, per altro cosa che la sperimentazione su animali non potrà mai dimostrare poiché basata sugli esperimenti su specie diverse dall'uomo. Volendo restare in questo filone "etico-utilitaristico" possiamo notare che lo sfruttamento del mondo animale per fini voluttuari ha raggiunto livelli assolutamente privi di ogni eticità, forse perché nella bibbia è detto che gli animali possono essere usati a piacimento dell'uomo, questa è la concessione che il demiurgo fece nell'alleanza stipulata con Noè dopo il diluvio universale. Allora dove può risiedere il vero senso dell'etica? É ovvio che va ricercato in se stessi, nella propria esperienza di vita, nella capacità empatica che sviluppiamo attraverso l'osservazione delle cause ed interazioni del bene e del male e che riconosciamo anche in noi stessi, vedendoli rispecchiati negli altri. Il ruolo della persona etica è proprio quello di saper vivere senza nuocere. Questo riferimento preciso al valore della persona “in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva” rientra nell’ambito della Spiritualità Laica e non ha nulla a che vedere con la religione. Se si vuole ottenere chiarezza nella vita, non serve studiare gli insegnamenti religiosi ma approfondire solo una ricerca. Quale? La ricerca di se stessi in se stessi. Perché dentro ognuno di noi ci sono tutte le risposte. Scrive il celebre pensatore Henry Corbin: “Mancando la persona, assente ciò che ne rende possibile la preminenza, ci troviamo di fronte al nichilismo agnostico: non c’è più nessuno; l’uomo è scomparso”. Quindi la vera fonte dell'etica universalista risiede nell'esperienza e nel riconoscimento della comune appartenenza e del pari valore che ogni fenomeno o ogni altro essere condivide con noi, attraverso il nostro rapporto empatico. La libera crescita della coscienza non è descrivibile od etichettabile, come potrebbe esserlo la mente od il corpo, è il risultato di un approfondimento evolutivo nella conoscenza di sé e del nostro prossimo. Ne deriva una capacità di guardare ai diversi modi espressivi della vita con comprensione ed accettazione. Infatti, l'adesione ad una specifica credenza, ad una scuola, ecc., non ha valore quale supporto legittimo per diventare fonte di danno per sé e per gli altri. Notiamo che il senso etico prevalente nel mondo in cui viviamo è il risultato di un simile errore perpetrato soprattutto dalle tre principali religioni monoteistiche. Ovviamente nella ricerca del proprio Sé non possiamo fermarci alla conoscenza della “persona”. La persona ci consente di apprendere i vari modi espressivi della mente, comuni a tutti, e quindi di poter rispettare gli altri come noi stessi, ma il passo successivo di un'etica matura deve indirizzarsi verso il “transpersonale”, da qui sorge un distacco, una consapevolezza del significato dei miti, riconoscendoli simbolicamente, ed è a questo punto che irrompono gli archetipi primordiali ed il vuoto al limite della mente. Questo stato viene descritto da Gurdjieff come “negatività purgatoriale” una condizione preliminare alla perdita della fissità individuale e foriera dell’assorbimento nel Sé. Questa consapevolezza-testimonianza, chiamatela se volete “essenza sottile”, è come un aroma che emana dalla materia, dal che se ne deduce che non può esserci separazione fra la materia e lo spirito. Nemmeno può esserci vantaggio personale a scapito altrui, poiché siamo in un unicum. Non si pensi però che lo stato di totale empatia possa essere raggiunto attraverso uno studio od una comprensione intellettuale poiché l’intento è un aspetto della mente, mentre la consapevolezza – che è pura coscienza – consente il manifestarsi di tutti i processi che appaiono nella mente ma non ne è toccata. In verità questo stato di assoluta libertà è già presente e connaturato in noi, ma è stato oscurato da una mole di credenze e false nozioni su noi stessi e sul mondo percepito come separato da noi. Questa separazione è fonte di angoscia ed è proprio per questa ragione che le filosofie orientali, in particolare il buddismo, si sono indirizzate verso il superamento della sofferenza. Per ottenere ciò dobbiamo compiere una rivoluzione a 180 gradi. Per essere in armonia con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda occorre ribaltare il concetto egoico antropocentrico che ha generato negli ultimi millenni carneficine inimmaginabili, desertificazioni immense, saccheggi di luoghi incontaminati e indifesi. Jean-Paul Sartre diceva che dal mancato incontro con l'altro derivano le sofferenze e il dolore che gli uomini si infliggono l'un l'altro. Nel non credere alle norme precostituite, alle abitudini del mondo, c'è la chiave per la liberazione. “Non credere in quello che dico. Non prendere dogmi o libri come infallibili. Non credere agli altri e non credete nemmeno ai maestri. Non credere a nessuno e questo è il mio unico vero insegnamento che ti darò. Non credere mai!” (Buddha) Nelle forme più raffinate del buddismo, come ad esempio nel sistema Zen, molta importanza si dà all'empatia che si sviluppa attraverso i rapporti interpersonali. Godendo e soffrendo assieme agli altri. Il vero altruismo è però un'arte che occorre sviluppare, poiché se è facile condividere la gioia risulta più difficile condividere la sofferenza. In tal senso l'adepto zen “assisterà” il sofferente invitandolo a superare il dolore nel modo giusto. Gli suggerirà di non aspettarsi consolazioni o che sia il tempo a portare la guarigione, gli farà capire che potrà vincere il suo dolore solo accettandolo come parte del suo destino. Chi è capace di tanto riesce a sopportare la propria sofferenza e se ne libera. Questa liberazione porta alla guarigione tanto più sicuramente quanto più sinceramente si partecipa al dolore altrui, cioè quanto più sensibili si diventa verso il dolore di chiunque. Il sofferente, reso cosciente da questa radiografia del suo stato d'animo, percepisce direttamente che a liberarlo dal dolore non è il rifiuto dello stesso né la fuga dall'esistenza. Questa è una genuina forma di etica altruistica. Ma ora vediamo più in dettaglio come viene affrontato il concetto di “etica” in altre filosofie orientali. Questo concetto, ad esempio, non è contemplato nel taoismo, poiché l’etica appartiene al ragionamento e quindi al cervello logico. Ovvero è una costruzione mentale speculativa e preordinata. Una sorta di condizionamento che subentra in seguito all'accettazione di regole comportamentali. Nel taoismo non vi sono regole codificate, tutto l'agire avviene nella spontaneità e nell'idoneità di rispondere alla situazione corrente. L'etica viene considerata una sorta di calmieratore per regolamentare i rapporti interpersonali nella società, ciò comporta il predominio della coscienza razionalista, la parte giudicativa della mente prende così il sopravvento nel funzionamento e da qui l'insorgere delle religioni, del sistema gerarchico e della arroganza dell’uso nei confronti delle altre creature e della natura. Da una parte si opprime considerandolo un proprio diritto e dall’altra si difende in considerazione della propria “superiorità” ideologica (etica). Nel Hua Hu Ching è detto: “Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L’attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l’essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata.” Nel taoismo, che propriamente è una forma di naturalismo vissuto senza enfasi, si indica l’astenersi dagli eccessi, sia in positivo che in negativo, come un naturale atteggiamento di vita. Si comprende il bene ed il male ma non si predilige né l’uno né l’altro. Il bene (Yang) ed il male (Yin) sono i due aspetti del manifestarsi della esistenza su questa terra. Ed è per questa ragione che i taoisti irridevano il buon Confucio che da razionalista convinto spingeva per un’etica sociale e politica, mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non governandole quindi per convenienza utilitaristica. Occorre superare il distacco che ha portato quasi a radicalizzare il conflitto tra spontaneità e retorica, e ciò senza voler efficientemente promuovere ed affermare e ri-pensare la verità della propria natura originaria in quanto risultato di una concezione “etica”. In definitiva secondo il taoismo etica e morale son due pensieri cangianti e relativi, due qualità utili semplicemente alla convenienza sociale, due forme ipocrite di asservimento alle consuetudini. Infatti la morale e l’etica sono state usate da tutte le religioni come bandierine simboliche per giustificare il “bene” programmato a sistema. Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


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