dom, 21 ottobre 2018

Il Padre Nostro

Analisi per migliorare la comprensione di questa preghiera

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IL PATER
Conferenza del 17-04-2018 tenuta presso il Centro Studi Catari di Roaschia (CN) presso il Museo del Catarismo.

Gentili Signori, vi do il benvenuto e vi ringrazio di essere intervenuti a questo appuntamento in cui presenteremo una analisi del Padre Nostro e le sue evoluzioni nel tempo.
Il Padre Nostro non deve essere considerato come un elemento monolitico del cristianesimo, perché nel tempo, esso è più o meno evoluto dalla sua prima trascrizione.

Il PATER dei Vangeli.

Matteo (VI, 9-13) lo presenta come una contrapposizione alla preghiera ripetuta incessantemente dai pagani:
“Voi dunque, pregherete così:
Padre Nostro che sei nei Cieli,
che sia santificato il Tuo Nome,
che venga il Tuo Regno,
che sia fatta la Tua Volontà così in Cielo come in terra.
Dacci oggi il nostro pane della giornata,
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non farci cadere nelle prove, ma liberaci dal male.


Nella Pleiade viene precisato, nelle note, che nella Vulgata (ovvero la traduzione latina) la frase “del giorno o della giornata” è tradotta con supersubstantialis da Matteo mentre Luca la traduce con quotidianus.



Luca (XI, 2-4) risponde alla richiesta dei discepoli in questo modo:

“Dice loro: quando pregate dite: Padre, che sia santificato il Tuo Nome; che venga il Tuo Regno; dacci ogni giorno il nostro pane della giornata;
e rimetti a noi i nostri peccati, come noi li rimettiamo a tutti quelli che ce li devono;
e non farci entrare nelle prove.”

Si nota a prima vista che i due testi sono relativamente differenti e questo ci fornisce una prima indicazione: essi non sono la trascrizione esatta delle parole di Gesù, ma una memoria, dunque una interpretazione, delle parole che avrebbe detto Gesù.
D’altronde questo testo non appare negli altri due Vangeli canonici.
Bisogna quindi considerarli per quello che sono e non sacralizzarli
Una ulteriore considerazione da tenere in conto è il fatto che questo testo continuerà ad evolversi durante i primi secoli fino ad essere fissato dal canone giudaico-cristiano.
Prendiamo ora in considerazione il Pater marcionita.
Ne troviamo un esempio in un documento più antico, l’Evangelion di Marcione di Sinope:

“Padre, che il Tuo Spirito Santo sia su di noi e ci purifichi;
che venga il Tuo Regno;
dacci ogni giorno il tuo pane sopranaturale;
rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo
ai nostri debitori, e non lasciarci soccombere alla tentazione.”
Il Pater dei Buoni-Cristiani catari medioevali.

Questo testo proviene dal rituale cataro così come ci è stato trasmesso dai testi di Lione (in occitano), di Firenze (in latino) e di Dublino (in occitano).
Il testo è in latino, lingua che veniva spesso utilizzata per gli atti cerimoniali, anche se l’occitano restava la referenza primaria per le preghiere.
Questa glossa del Pater viene dal rituale di Dublino:
In Latino:
Pater Noster qui es in celis
Sanctificetur nomen tuum
Adveniat regnum tuum
Fiat voluntas tua sicut in celo et in terra
Panem nostrum supersustancialem da nobis hodie
Et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittibus
Debitoribus nostris
Et ne nos inducas in temptationem
Sed libera nos a malo
Quoniam tuum est regnum
Et virtus
Et gloria
In saecula saeculorum
Amen
Traduzione:
Padre nostro che sei nei cieli
Che sia santificato il Tuo Nome
Che venga il Tuo Regno
Che sia fatta la Tua Volontà
Così in Cielo come in terra
Dacci oggi il nostro pane supersubstanziale
E rimetti a noi i nostri debiti come noi
Li rimettiamo ai nostri debitori
E non indurci in tentazione
Ma liberaci dal male
Perché Tuo è il Regno
E la Potenza
E la Gloria
Nei secoli dei secoli Amen
Ives Maris è considerato a tutti gli effetti il filosofo del catarismo attuale: nella sua opera “La resurgence cathare. Le Manifeste” pubblicato nel 2007, due anni prima della sua disincarnazione, l’autore cita una versione che sembra essere frutto di una sua illuminazione:

“Principe Parfait qui est au-delà des cieux sois glorifié,
que vienne ton règne,
que soit faite ta volonté dans cet univers comme au-delà des cieux.
Donne nous aujourd’hui ma part de pain spirituel;
reset-moi sur la voie qui mène vers toi.
Ne me laisse pas dans l’èpreuve,
mais délivre-moi du Principe mauvais.”

Traduzione:

“Principio perfetto che sei al di là dei cieli,
che Tu sia glorificato,
che venga il Tuo regno,
che sia fatta la Tua Volontà in questo Universo
come al di là dei cieli.
Dammi oggi la mia parte di pane spirituale;
rimettimi sulla via che conduce verso di Te.
Non abbandonarmi nella prova,
ma liberami dal Principio malvagio.”

Credo che tutto possa essere considerato accettabile anche se la mia radicata affezione verso la tradizione mi porta a considerare che apportate alcune modifiche al testo originale, si possa parlare di un Pater moderno pur conservando la forma antica e quindi ecco il Pater che vi propongo:



Padre Nostro che sei nei Cieli,
sia santificato il tuo Nome,
venga il Tuo Regno,
così in Cielo come in terra.
Dacci oggi in nostro pane supersubstanziale
E perdona a noi le offese,
come noi perdoniamo coloro che ci hanno offesi,
e non lasciarci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Perché Tuo è il Regno,
la Potenza e la Gloria,
nei secoli dei secoli
Amen

Analizziamo ora alcuni aspetti delle origini di questa preghiera tratti dai commentari di Origene, uno dei padri della chiesa.

Padre Nostro.
Non troviamo nel Vecchio Testamento alcuna formula che assomigli al Padre Nostro: Origene l’ha cercata per lungo tempo, pensate che ha copiato le sante Scritture interamente con un sistema a sei colonne ed in due lingue e ci assicura che nessun israelita ha mai chiamato Dio con il termine di “Padre”.
Senza dubbio nel Vecchio Testamento Dio fa riferimento al termine Padre, e gli israeliti si danno l’autorizzazione ad usarlo ma non è apostrofandolo in questo modo che ci si rivolge a Dio.
La realtà della paternità di Dio e della filiazione adottiva dell’uomo non erano ancora state rivelate, ne realizzate.
È nel Nuovo Testamento grazie a Colui che è il Figlio di Dio per natura che questo ci viene comunicato unendoci a lui.
Abbiamo qui la verità fondamentale del cristianesimo e bisognerebbe darle il primo posto in un corso di teologia, perché essa è alla base di tutto.
Di conseguenza, noi dobbiamo comportarci in maniera degna in qualità di figli di Dio.
Il peccatore (nello stato di peccato) non si può considerare attualmente come figlio di Dio: e, quando un peccatore pronuncia “Padre Nostro”, non può che dirlo in maniera imperfetta.
Per poterlo affermare nella pienezza della realtà, bisogna che noi siamo ad immagine del Figlio di Dio che è lui stesso la Prima immagine di Dio.
Noi siamo l’immagine dell’Immagine: noi assomigliamo al Padre Nostro per rassomiglianza a Nostro Signore Gesù Cristo.
Nella preghiera Gesù non dice mai “Padre Nostro” bensì “Padre Nostro che sei nei Cieli” e questo perché non è per lui, ma in nostro nome che lui pronuncia queste parole.

Se Gesù fosse “figlio” alla stessa stregua di noi perderemmo tutti: è perché lui è Figlio a titolo unico che noi possiamo diventare dei veri figli di Dio e dire a giusto titolo in fede, giustizia e verità questa preghiera.

Che sei nei Cieli.
Dio non è in nessun luogo.
Essendo infinito egli sorpasserebbe infinitamente lo spazio in cui noi supponiamo che venga contenuto.
Quando diciamo che Egli è “nei cieli”, parliamo in maniera antropomorfica, come se si trattasse di un uomo.
Quindi domandiamoci cosa significa questa espressione: essa ha il significato che quando ci rivolgiamo a Dio, noi dobbiamo avviarci verso di Lui, non spostandoci materialmente, ma rassomigliandogli nella santità che ci avvicina a Lui.
Origene cita una quantità di testi del Vecchio Testamento dove simili antropomorfismi sono impiegati, ad esempio:
“Dio passeggia in Paradiso”.
Origene è severo nei confronti di coloro che vedono nelle Scritture solo il senso letterale: nella realtà Dio è sempre ed ovunque….
Siamo noi che abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui e per fare questo non è necessario di credere che Egli si trovi “in alto”.

Che sia santificato il Tuo Nome.
La definizione che Origene da del nome è che questa parola esprime la qualità individuale con la quale si può riconoscere a colpo sicuro una persona distinguendola da tutte le altre.
La scelta del nome umano è arbitraria, mentre a Dio non si può dare arbitrariamente un nome come a noi.
Per noi uomini questo non ha molta importanza, il nostro nome è una etichetta, un numero fabbricato in serie, ne sono esempio i casi di omonimia, oppure quando ci mascheriamo dietro a degli pseudonimi.
Ma per Dio, quando si tratta di Lui, ci troviamo di fronte ad una difficoltà insormontabile: per principio, Dio è solo, è l’Innominabile, il Trascendente, l’Incomprensibile; qualsiasi nome che gli attribuiamo è più falso che vero.
Dio si da un nome: “Colui che è” in cui esprime veramente qualche cosa di Sé, ed Origene si ferma lì, crede che questo nome convenga alla figura di Dio.
Alcuni potranno obiettare a questo dicendo che Dio è al di sopra dell’essenza stessa: ma non importa, Origene prosegue “Che il Tuo Nome sia santificato”; ma questo che significato può avere, forse che Dio non è santo?
No, per Origene, santificare il nome di Dio è possedere di Dio la giusta idea, sapere che è la giustizia perfetta, di conseguenza non lamentarsi mai della Sua Volontà, come se Dio potesse mancare di saggezza; in pratica si tratta di sottomettersi a Dio e lodarlo in tutte le sue opere.





Che venga il Tuo Regno.
Origene intende in questo caso che il Regno di Dio è dentro di noi, nel nostro spirito e nel nostro cuore.
Il Regno di Dio si realizza in ciascuno di noi se consideriamo Dio il nostro Maestro, se accettiamo la Sua Volontà, altrimenti è il regno di Satana, del signore di quaggiù che ci domina.
Se questo è vero, significa necessariamente che dovremo lottare per stabilire questo Regno Celeste contro molti ostacoli che si trovano in noi ed attorno a noi.

Che sia fatta la Tua Volontà, così in Cielo come in terra.
In questa frase si trovano diverse spiegazioni, eliminiamo l’ovvietà di questa affermazione che risulta letteralmente chiara.
Esiste un altro senso da dargli: il Cielo è Cristo, noi domandiamo che tutti i membri della chiesa facciano la volontà di Dio come Cristo l’ha fatta sulla terra; Egli è Colui nel quale Dio Regna assoluto, Egli è in Cielo mentre la chiesa è ancora sulla terra.
Quindi è la chiesa che deve supplicare Dio che le faccia la grazia di compiere la Sua Volontà, come Cristo, il suo capo l’ha compiuta ed è per nostra devozione che questa sia la maniera più umile di interpretare questa frase.
Un’altra interpretazione è possibile: ci sono sulla terra dei cristiani che vivono praticamente come se fossero già in Cielo, dei cristiani che posseggono un senso elevato delle cose; bene questa frase significa che noi domandiamo che tutti i cristiani facciano la volontà di Dio come i migliori fra di loro.
Infine possiamo considerare questa frase in senso imperativo, ovvero, che la nostra volontà sia fusa all’unisono con quella di Dio in modo che quello che Egli ci chiede, noi lo chiediamo insieme a Lui.




Dacci oggi il nostro pane di ogni giorno.
Questa parte del Pater è estremamente importante, ed è anche motivo di distinzione tra noi catari ed i rappresentanti della chiesa cattolica.
La frase che noi traduciamo con “pane quotidiano” esiste solamente nel Vangelo: nessun autore greco, l’ha mai impiegata ed i testi più antichi sono appunto redatti in greco e non in latino.
Questa parola è épiousios: nella versione di Matteo è tradotta letteralmente con supersubstanziale, nel Vangelo cataro occitano troviamo la frase “lo nostre pan qui es sobre tota causa” in pratica di parla di un pane che non ha nulla di materiale, potremmo vederci anche la parola di Gesù Cristo stesso, il suo insegnamento; io personalmente ci vedo la richiesta principale di renderci simili a Cristo, assimilando la sua dottrina e conformando la nostra vita alla sua.

Rimetti a noi i nostri debiti.
Secondo Origene, il Signore Nostro chiama debito tutto quello che noi dobbiamo a qualsiasi titolo ed a chiunque sia.
Chi potrebbe vantarsi di non avere debiti di qualsiasi natura e di averli pagati tutti e sempre?
È una utopia pensarlo, visto che non si tratta solamente di cose materiali.
Allo stesso tempo gli altri hanno dei debiti nei nostri confronti: quindi quando domandiamo di rimettere i nostri debiti chiediamo a Dio di dimenticare i nostri peccati, ed allo stesso tempo di non conservare rancore verso coloro che hanno fatto mancanza verso di noi, perché anche noi perdoniamo a ciascuno dei nostri debitori.
Quindi questi debiti riguardano Dio per quello che noi gli diamo raramente, ovvero amarlo con tutta la nostra anima, con tutte le nostre forze, con tutta la nostra intelligenza ed il nostro cuore.
Ogni volta che manchiamo in questa circostanza contraiamo un debito nei suoi confronti che con questa invocazione chiediamo a Lui di cancellare.
Poi noi lo dobbiamo anche agli Angeli, in particolare al nostro Angelo Custode che turbiamo con i nostri comportamenti che non hanno nulla di santo.
E per finire, abbiamo dei debiti al riguardo dei nostri fratelli umani a noi vicini, debiti di carità, di doveri mai assolti che sono per noi un passivo che preghiamo Dio di assolvere a causa della nostra natura umana fallibile.

Come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Noi abbiamo anche molti debitori che ci devono restituire questi debiti contratti con noi ed abbiamo il dovere di rimetterli, in poche parole di perdonarli.
È una affermazione importante che non coinvolge direttamente Dio e che è da considerare in modo profondo quel tratto “Come noi”, perché sarebbe un guaio se Lui si comportasse alla nostra stregua.
Di conseguenza noi chiediamo a Dio di continuare a trattarci come se non avessimo alcun debito verso di Lui.
Con questa frase ci è chiesto di cancellare, ovvero di perdonare, chiunque abbia un qualsiasi debito nei nostri confronti e questo gesto, necessita da parte nostra di un grande sforzo, di una grande prova di volontà che non sempre riusciamo a dare.

E non indurci in tentazione.

Una affermazione che mi ha lasciato per lungo tempo interdetto, un probabile errore di traduzione dal greco al latino.
Il significato originale doveva essere “non permettere che ci si induca in tentazione” dal quale la modifica da me apportata in “e non lasciarci indurre in tentazione”.
Bisogna qui ricorrere al senso antico della parola tentazione e questo senso non è “sollecitazione al male” ma va inteso come penosa prova che può diventare tentazione perché ci sollecita a mancare di fede o a peccare contro un’altra virtù.
Possiamo quindi definirla una “tribolazione”: tutti coloro che riescono a sopportarla diventano più forti della tentazione stessa. Ricordiamoci che tutte le nostre normali occupazioni possono diventare delle tentazioni e può succedere anche nella lettura delle Sante Scritture dove un eccesso di orgoglio può portare l’individuo a credersi giudice di tutte le cose, magari interpretandole erroneamente.
Oppure credere che lo studio delle stesse sia una cosa facile, che sia una lettura come le altre e che ciò ci induca quindi in errore.
Noi dobbiamo pregare Dio di non essere tentati, di riconoscere quindi i nostri difetti, le nostre mancanze ed indubbiamente anche quello che ci fortifica; il risultato ci permetterà di essere sempre preparati ad affrontarle, a sopportarle ed a superarle.

E liberaci dal male.

Questa aggiunta si trova solo nel Pater di Matteo, in Luca non vi è traccia, a tale proposito Origene spiega che il Vangelo di Matteo è scritto per della gente più erudita e propone una considerazione:
Dio non ci libera dal male impedendo ai nostri nemici di attaccarci, ma rendendoci vittoriosi nei confronti del male.











Rileggiamo ora il Pater in latino dal Vangelo di Matteo:
Pater noster qui es in celis
Sanctificetur Nomen Tuum
Adveniat Regnum Tuum
Fiat Voluntas Tua sicut in Celo et in terra
Panem nostrum supersustancialem da nobis hodie
Et dimitte nobis debita nostra sicut nos dimittimus debitoribus nostris
Et ne nos inducas in temptationem
Sed libera nos a malo
Quoniam Tuum es Regnum
Et Virtus
Et Gloria
In seculas seculorum,
Amen



Ora la versione catara occitana:

Le nostre Paire que es els Cel
Sanctificatz sia lo Teus Nom
Avenga lo Teus Regnes
E sia faite la Tua Voluntat
Sico el Cel e la terra
E dona a nos oi lo nostre pan
Qui es sobre tota causa
E perdona a nos les nostras deutes
Aisi co nos perdonam als nostres deutors
E ne nos amenes en tentatio
Mais deliura nos de mal


Potrà sembrarvi paradossale che io in quanto cataro mi sia dedicato ad analizzare questa preghiera, visto che non essendo un perfetto, per la regola, dovrei esentarmi dal recitarlo, ma questa analisi mi ha permesso di riconsiderarlo e comprendere alcuni passaggi che mi erano ancora oscuri.
In effetti, i Buoni Cristiani medioevali riservavano questa preghiera a coloro che erano stati Consolati ed ai credenti che accettavano di praticare il noviziato e quindi erano ammessi alla tradizione della Santa Orazione.
Noi non possiamo veramente considerarci dei Buoni Cristiani, perché in assenza di Consolamentum ciò non è possibile, ma abbiamo l’umiltà di riconoscere che siamo dei credenti e di conseguenza atti a pronunciarla se accettiamo i voti di noviziato.
Una buona usanza per tutti è quella che quando ci leviamo al mattino di rivolgerci a Dio con queste parole:
“Benedici noi, Signore Dio, Padre dei Buoni Spiriti ed aiutaci in tutto quello che vogliamo fare in questa giornata.”
È questa, a mio giudizio la preghiera più adatta a noi credenti.

Vi suggerisco inoltre questa altra preghiera:

Padre Santo, Dio giusto dei buoni spiriti,
Tu che mai commetti errore, che non menti, che non hai dubbi,
della paura di provare la morte nel mondo del dio straniero,
poiché noi non siamo del mondo e che questo mondo non ci appartiene, concedici di conoscere quello che Tu conosci e di amare quello che tu ami.

Siamo arrivati alla conclusione di questo breve escursus sulla preghiera del Pater.
Noi catari utilizziamo anche un esicasmo, ovvero una preghiera ripetitiva che nella meditazione permette di salire sulla Montagna dove il silenzio ci avvicina immensamente a DIO:
“Adoremus Patrem et Filium et Spiritum Sanctum Amen” .

Scheda dettagli:

Data: 4 maggio 2018Autore: Roberto Berretta
Fonte/Casa Editrice: Centro Studi Catari Occitani

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