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Notizie spirituali e olistiche a cura della redazione di Spiritual. Direttore responsabile: Guido Andrao.
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giovedì, 11 marzo 2010

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Editoriali e Lettere

Il dialogo tra ebrei e cristiani

Possibilità di dialogo tra ebrei e cristiani
Di recente il Papa Benedetto XVI si è recato nella Sinagoga ebraica di Roma e non è esagerato definire storico il suo incontro con la comunità ebraica romana: questa, infatti, è stata la seconda visita papale, in tantissimi secoli; la prima avvenne ventiquattro anni fa ad opera di Giovanni Paolo II.
“Possano le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo essere sanate per sempre”: questo l’auspicio espresso dal Papa, nel suo discorso, ricordando come la Chiesa non abbia mai mancato di deplorare le “mancanze dei suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo” e ribadendo, con la sua visita, l’importanza di “ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità”, superando “ogni incomprensione e pregiudizio”.
L’incontro si è concluso sulle note di un coro ebraico di invocazione al “Messia che tarda a venire”.
Prescindendo da tutte le polemiche e commenti sul nodo storico ancora irrisolto circa i “silenzi di Pio XII” sull’Olocausto degli ebrei, non può contestarsi la persistenza, più o meno latente nella mentalità di non pochi cattolici, di taluni pregiudizi che renderebbero difficile se non addirittura impossibile un costruttivo dialogo con i fratelli ebrei che è fondamentale anche per il rapporto di entrambi con i fratelli musulmani: viene, infatti, facilmente alla mente il luogo comune, secondo cui, mentre l’ “Antico Testamento” accomuna ebrei e cristiani, la fede in Gesù Cristo come figlio di Dio e redentore li separa.
Al riguardo va, in via di principio, considerato come risulti davvero difficile qualsiasi fruttuoso dialogo tra due soggetti (soprattutto nell’ambito del rapporto tra religioni diverse), qualora, a fronte di ostentate dichiarazioni di buone intenzioni, uno dei due, o entrambi, partano da una irrinunciabile riserva mentale di ritenersi, ciascuno, depositario della verità, mentre ciò che è oggetto della fede dell’altro è solo errore: è chiaro che una simile preconcetta posizione non porti da nessuna parte o, peggio, solo all’acuirsi delle differenze già ben note che, così, diventano davvero insormontabili.
Tutto ciò non significa che, nel dialogo, ciascuno debba essere disponibile a rinunciare alla propria verità, ma è necessario sempre cercare ciò che c’è di positivo nell’altro che deve diventare, per me, un aiuto sulla strada verso la verità: è fin troppo facile, infatti, porsi in atteggiamento critico nei confronti di un’altra religione, ma dobbiamo anche essere pronti ad accogliere critiche rivolte a noi stessi, alla nostra stessa religione. E’ il dialogo, infatti, a far riemergere la nube di mistero che avvolge le nostre verità e che ci deve indurre, almeno, a comprendere le ragioni dell’altro, il quale, pertanto, non va individuato solo come qualcuno cui indirizzare il nostro annuncio, ma come qualcuno dal quale possiamo anche ricevere.
Queste considerazioni risultano magistralmente enunciate nel testo di una conferenza tenuta dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, nel 1997, a Parigi, all’ Académie des Sciences Morales et Politiques dal titolo: “Il dialogo delle religioni e il rapporto tra ebrei e cristiani”, che vale la pena di ricordare e sintetizzare brevemente.
Preliminarmente, il Cardinale Ratzinger, sulla “questione dell’unità nella diversità”, testualmente osservava: “Il problema dell'ecumenismo delle religioni si pone oggi nel contesto di un mondo che, se da un lato si fa sempre più piccolo, divenendo sempre più un unico spazio comune della storia umana, dall'altro è sconvolto da guerre, diviso da tensioni crescenti tra poveri e ricchi e, infine, minacciato dall'abuso del potere della tecnica di intervenire su aspetti essenziali dell'ambiente. A partire da questa triplice minaccia si è venuta formando una nuova scala di valori morali, che cerca di definire il compito essenziale dell'umanità in questo momento della storia mediante il trinomio pace-giustizia-rispetto del creato. Religione e morale non sono identiche, ma sono comunque indissolubilmente legate tra loro. È chiaro quindi che in quest' ora, in cui l'umanità ha acquisito la possibilità dell' autodistruzione e della distruzione del proprio pianeta, le religioni sono coinvolte nella comune responsabilità di vincere questa tentazione. Esse vengono valutate in modo particolare in base a questa scala di valori, che appare sempre più come il loro compito comune e, di conseguenza, anche la formula della loro conciliazione……..”
In tale situazione, sorge la tentazione, sulla via della ricerca di un incontro tra le diverse religioni, di seguire una via che il Cardinale Ratzinger definiva “pragmatica”: ”tutte le religioni dovrebbero rinunciare all'interminabile controversia sulla verità e riconoscere la loro vera essenza, la loro effettiva finalità spirituale, nell'ortoprassi, la cui via, ancora una volta, appare chiaramente tracciata dalle sfide del tempo presente. L'ortoprassi potrebbe in fondo consistere solo nel servizio alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia del creato. Le religioni potrebbero conservare tutti i loro credi, forme e riti, ma finalizzati a questa giusta prassi……. Potrebbero, quindi, tutte mantenere le proprie consuetudini; ogni controversia diverrebbe superflua ed esse diventerebbero tutte una cosa sola nella modalità richiesta dalle sfide del momento…………”
“Basta poco per vedere che questo è un corto circuito. Ovviamente l'impegno per la pace, la giustizia e il rispetto del creato è della massima importanza, e la religione dovrebbe senza dubbio fornire uno stimolo fondamentale in tale direzione. Ma le religioni non possiedono una conoscenza a priori di ciò che hic et nunc è utile alla pace, di come sia possibile costruire la giustizia sociale negli Stati e fra gli Stati, di come si possa tutelare nel modo migliore la creazione, custodendola responsabilmente secondo l'intenzione del creatore.
Tutto ciò deve essere elaborato razionalmente di volta in volta. Inoltre occorre tener conto del libero confronto tra opinioni differenti e del rispetto di percorsi diversi. Dove questo pluralismo, spesso non superabile, dei percorsi e il faticoso confronto razionale vengono scavalcati da un moralismo con motivazioni religiose e una sola via è dichiarata giusta, la religione si trasforma in dittatura ideologica, il cui furore totalitario non costruisce la pace, ma la distrugge. La religione non può essere subordinata a una finalità pratico-politica, che poi diventa il suo idolo. L'uomo asserve Dio ai propri fini e in tal modo degrada Dio e se stesso.
A tale proposito circa quarant' anni fa J. A. Cuttat scrisse un'osservazione molto saggia: ‘Una cosa è cercare di rendere migliore e più felice l'umanità mediante l'unificazione delle religioni. Altra cosa è, invece, invocare ardentemente l'unione di tutti gli uomini nell'amore a uno stesso Dio. E la prima è forse la più sottile tentazione luciferina, che mira a far naufragare la seconda’.
Questo rifiuto di trasformare la religione in moralismo politico non cambia naturalmente il fatto che l'educazione alla pace, alla giustizia e all' amore per il Creatore e il creato restano tra i compiti essenziali della fede cristiana e di ogni religione, e a tal proposito si può citare opportunamente l'affermazione evangelica: dai loro frutti li riconoscerete”.
Venendo, poi, a parlare del rapporto tra ebrei e cristiani, il Cardinale Ratzinger, sempre nella conferenza su citata, metteva in evidenza come: “al lettore medio verrà in mente il luogo comune secondo cui la Bibbia degli ebrei, 1'«Antico Testamento», accomuna ebrei e cristiani, mentre la fede in Gesù Cristo come figlio di Dio e redentore li separa. Tuttavia si può facilmente vedere quanto sia superficiale una simile distinzione tra ciò che unisce e ciò che separa. Infatti va detto anzitutto che mediante Cristo la Bibbia di Israele è giunta ai non ebrei ed è divenuta anche la loro Bibbia.
Quando la lettera agli Efesini dice che Cristo ha abbattuto il muro che divideva i giudei dalle altre religioni del mondo e ha ristabilito l'unità, non si tratta di vuota retorica teologica, ma di una constatazione del tutto empirica, anche se nel dato empirico non può essere compresa l'intera portata dell'affermazione teologica. Infatti mediante l'incontro con Gesù di Nazareth il Dio di Israele è divenuto il Dio di tutti i popoli della terra. Attraverso di lui si è di fatto adempiuta la promessa secondo cui i popoli avrebbero adorato il Dio di Israele come l'unico Dio, secondo cui il «monte del Signore» sarebbe stato innalzato al di sopra di tutti gli altri monti.
Se Israele non può vedere in Gesù il figlio di Dio, come i cristiani, non gli è però assolutamente impossibile riconoscere in lui il servo di Dio, che porta ai popoli la luce del suo Dio. E, viceversa, anche se i cristiani desiderano che Israele possa un giorno riconoscere Cristo come il figlio di Dio, superando così la frattura che ancora li divide, essi dovrebbero comunque riconoscere il piano di Dio, che ha affidato chiaramente a Israele una sua missione nel «tempo dei pagani». I Padri la sintetizzano nel modo seguente: Israele deve restare di fronte a noi come il primo possessore della sacra Scrittura, per rendere proprio così testimonianza davanti al mondo.
Ma che cosa dice questa testimonianza? Penso si possa dire che per la fede di Israele sono essenziali due cose.
Anzitutto c'è la Torah, il vincolo alla volontà di Dio, e quindi l'instaurazione della sua signoria, del suo regno in questo mondo.
E c'è, d'altro canto, lo sguardo della speranza, l'attesa del Messia - l' attesa, anzi, la certezza - che Dio stesso entrerà in questa storia e realizzerà la giustizia, alla quale noi possiamo solo avvicinarci in forme molto imperfette.
Si legano così le tre dimensioni del tempo: l'obbedienza alla volontà di Dio si rifà a una parola enunciata, che ora sta nella storia e che vuole essere resa ogni volta presente nell'obbedienza. Questa - un frammento della giustizia di Dio reso presente nel tempo - è un andare incontro al futuro, in cui Dio raccoglierà i frammenti del tempo e lui ingloberà tutti nella sua giustizia.
Questa immagine fondamentale non è abbandonata nel cristianesimo. La triade di fede, speranza e amore corrisponde sotto certi aspetti alle tre dimensioni del tempo: l'obbedienza della fede accoglie la parola che viene dall'eternità ed è mandata nella storia, la trasforma in amore, in presente, e apre così la porta della speranza.
Ciò che è peculiare della fede cristiana è che tutte e tre le dimensioni sono unite e sostenute nella figura di Cristo, mediante la quale esse verranno mantenute insieme anche nell'eternità. In lui coesistono tempo ed eternità ed è colmato l'abisso infinito tra Dio e l'uomo. Cristo infatti è colui che è venuto, ma che non ha mai cessato di essere presso il Padre; egli è presente nella comunità dei credenti, e tuttavia, al tempo stesso, è ancora colui che viene.
Anche la Chiesa attende il Messia, che già conosce e a cui per prima egli manifesterà la sua gloria. Obbedienza e promessa sono una cosa sola anche per la fede cristiana. Cristo è per i cristiani il Sinai presente, la Torah vivente, che ci impegna con la sua chiamata vincolante e, d'altra parte, ci coinvolge nel vasto spazio dell'amore e delle sue possibilità inesauribili. Egli è quindi la garanzia della speranza nel Dio che non lascia cadere la storia nell'insussistenza dell'effimero, ma la sostiene e la conduce alla meta.
Anche qui è dunque vero che la figura di Cristo congiunge e divide allo stesso tempo Israele e la Chiesa: non è in nostro potere superare questa divisione, ma essa ci tiene insieme sulla via di colui che viene e non può essere quindi sentita come motivo di inimicizia”.
Concludendo la sua dotta esposizione, il Cardinale Ratzinger si poneva questa domanda: “che significa questo concretamente? Che cosa ci si può aspettare da una simile lettura del cristianesimo per il dialogo interreligioso? Ebbene, diciamolo subito francamente: chi volesse puntare all'unificazione delle religioni come risultato del dialogo interreligioso, può solo restarne deluso. Nelle nostre circostanze storiche una cosa simile è difficilmente possibile e forse non è nemmeno auspicabile.
E allora? Desidero fare tre osservazioni.
La prima: l'incontro tra le religioni non può avvenire nella rinuncia alla verità, ma è possibile solo mediante il suo approfondimento. Lo scetticismo non unisce. E nemmeno il puro pragmatismo unisce. Ambedue le posizioni non fanno che aprire la porta alle ideologie che, poi, si presentano in maniera ancor più sicura di sé. La rinuncia alla verità e alla convinzione non innalza l'uomo, ma lo consegna al calcolo dell’utile, privandolo della sua grandezza.
Vanno incoraggiati invece il rispetto profondo per la fede dell'altro e la disponibilità a cercare, in ciò che incontriamo come estraneo, la verità che ci può concernere e può correggerci e farci progredire. Va incoraggiata la disponibilità a cercare, dietro alle manifestazioni che ci possono sembrare strane, il significato più profondo che si cela in esse.
Va inoltre incoraggiata la disponibilità ad abbandonare la ristrettezza del nostro modo di intendere la verità, così da comprendere meglio ciò che ci appartiene, imparando a capire l' altro e lasciandoci così guidare sulla strada del Dio più grande - nella convinzione di non possedere pienamente la verità su Dio e di essere sempre dinanzi a essa persone che imparano, pellegrini alla sua ricerca, su una strada che mai avrà fine”.
Queste chiare ed autorevoli indicazioni – come sopra trascritte – dovrebbero sempre essere ribadite con convincente determinazione e tenute ben presenti nel dialogo interreligioso, al fine di proseguire sulla via della riconciliazione e della fraternità e far cessare quelle divisioni che, a volte, continuano a generare assurde lotte che possono sfociare nella più nefanda empietà, di cui si possa macchiare il genere umano, quando si arriva anche ad uccidere in nome di quell’unico Dio che, da tutti i credenti in Lui, è pur sempre concordemente ritenuto espressione di infinito amore misericordioso.

Federico Pellettieri

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Data: 31 gennaio 2010
Fonte: mio blog: http://www.eclissideivaloricristiani.blogspot.com
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